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FABBRICHE DEL DATO. L’ITALIA NELLA CORSA DIGITALE CHE CAMBIA IL TERRITORIO, ACCENDE LE GUERRE E RIDISEGNA IL POTERE

FABBRICHE DEL DATO. L’ITALIA NELLA CORSA DIGITALE CHE CAMBIA IL TERRITORIO, ACCENDE LE GUERRE E RIDISEGNA IL POTERE
  • PublishedGiugno 24, 2026

Il boom dei data center promette miliardi e posti di lavoro. Ma dietro i server ci sono acqua, suolo, energia e, sempre più spesso, la posta in gioco di un conflitto geopolitico silenzioso.

 

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La nuova industria pesante

C’è qualcosa di paradossale nel fatto che l’economia dell’immateriale, quella dei dati, del cloud, dell’intelligenza artificiale, abbia bisogno di strutture fisiche imponenti come le acciaierie di un secolo fa. Eppure è esattamente quello che sta accadendo. In Italia, nel solo 2024, sono stati annunciati investimenti per oltre trentasette miliardi di euro in infrastrutture digitali, con una pipeline per il biennio successivo di altri dieci miliardi. A spingere la corsa sono i grandi nomi dell’industria tecnologica mondiale. Milano si consolida come snodo principale del Sud Europa, Roma cresce come secondo polo strategico grazie alla vicinanza a ministeri e strutture della difesa, mentre Genova, Palermo e altre città meridionali guardano con interesse all’espansione dei cavi sottomarini nel Mediterraneo.

Entro il 2028, secondo le previsioni di settore, la capacità installata italiana potrebbe superare il gigawatt, con un aumento del seicento per cento rispetto ai livelli attuali. Un’opportunità economica reale, che vale posti di lavoro, indotto industriale e posizionamento strategico. Ma che porta con sé interrogativi che nessun comunicato stampa risponde.

 

Terra, acqua, energia: il conto che non appare nelle brochure

Un data center di grandi dimensioni ha bisogno di tre cose in quantità industriali: corrente elettrica, acqua e spazio fisico. Sul fronte energetico, le sole richieste di allacciamento alla rete nazionale presentate nel 2025 a Terna da operatori del settore hanno superato i sessantotto gigawatt,  un valore che si avvicina alla metà dell’intera capacità di generazione installata nel Paese. Un numero che racconta una pressione straordinaria su un sistema elettrico già sotto stress, e che giustifica le preoccupazioni degli esperti sul rischio di spostare l’interesse degli investitori verso mercati con energia più abbondante e meno cara.

Sul fronte idrico, il problema è ancora meno visibile al grande pubblico, ma non meno reale. I sistemi di raffreddamento dei server, necessari per evitare il surriscaldamento di migliaia di processori in funzione continua, consumano quantità di acqua che in alcuni casi equiparano un singolo impianto al fabbisogno di una città di settantamila abitanti. Studi recenti dell’ONU sul consumo idrico dell’IA a livello globale stimano un impatto di novemilatrecento miliardi di litri d’acqua all’anno, sufficiente per soddisfare oltre un miliardo di persone. In Italia, la concentrazione degli impianti nelle aree del Nord, le stesse che registrano siccità sempre più frequenti, rende la questione particolarmente delicata.

A tutto questo si aggiunge il consumo di suolo. Molti data center vengono costruiti su terreni agricoli, le cosiddette aree greenfield, invece di riqualificare siti industriali dismessi. In Lombardia, già la regione italiana con la più alta percentuale di suolo impermeabilizzato, questa tendenza alimenta un conflitto latente tra sviluppo digitale e tutela del territorio.

 

I server nel mirino. Quando il dato diventa obiettivo di guerra

Più impianti sono stati colpiti fisicamente da droni, con interruzione di servizi cloud per un’intera regione. Non un attacco informatico, non un’intrusione nei sistemi: bombe su edifici che ospitano server. L’episodio ha segnato un punto di svolta nella percezione pubblica di queste infrastrutture. Il data center non è più soltanto un luogo tecnico. È diventato una linea del fronte.

La questione pone problemi giuridici complessi e irrisolti. Sugli stessi server fisici convivono spesso dati civili e applicazioni militari: servizi bancari, archivi sanitari, piattaforme aziendali e sistemi di IA operativa per le forze armate. Questa sovrapposizione priva i centri dati delle tutele che il diritto internazionale garantisce alle infrastrutture civili in caso di conflitto armato, trasformandoli potenzialmente in bersagli legittimi. Il conflitto russo-ucraino ha già mostrato come la guerra si combatta anche nei server, non soltanto nelle trincee: attacchi ransomware, esfiltrazione di dati sensibili, sabotaggio di infrastrutture critiche.

Il furto di informazioni dai server è poi la dimensione quotidiana di questa guerra invisibile. Governi, aziende e privati cittadini vedono i propri dati esposti non solo ad attacchi di cybercriminali, ma a operazioni di intelligence strutturate, spesso sponsorizzate da stati. I dati sanitari, le comunicazioni diplomatiche, i progetti industriali: tutto ciò che passa per un server è potenzialmente intercettabile. E la concentrazione geografica degli impianti, in pochi hub continentali, riduce la resilienza del sistema complessivo, aggravando l’esposizione.

 

Sovranità digitale: chi controlla i dati, controlla il potere

Aprire un data center in Italia non significa automaticamente che i dati italiani siano sotto giurisdizione italiana.

La risposta dell’Europa si chiama sovranità digitale, ed è ancora in costruzione. A novembre 2025, i Paesi membri hanno firmato a Berlino una dichiarazione comune che definisce la sovranità digitale come la capacità degli Stati di governare infrastrutture, dati e tecnologie secondo regole proprie. La Commissione punta a triplicare la capacità europea di calcolo, con standard di efficienza energetica vincolanti per i nuovi impianti. Ma i critici parlano di sovereignty-washing: i grandi operatori americani aprono sedi giuridiche europee, assumono personale locale, usano il linguaggio della sovranità nelle campagne di comunicazione, senza che la struttura profonda di comando e controllo cambi davvero.

 

I valori dichiarati e quelli reali

Nelle missioni aziendali ufficiali, i giganti del digitale si presentano come motori di progresso, sostenibilità e democrazia. Google dichiara di voler operare con energia rinnovabile al cento per cento. Microsoft ha annunciato obiettivi di neutralità carbonica entro il 2030. Amazon parla di futuro sostenibile e sviluppo delle comunità locali. Valori nobili, enunciati con cura nelle relazioni agli azionisti e nei comunicati stampa. Poi ci sono i contratti con le forze armate, le partnership con sistemi di sorveglianza di massa, i ricorsi nei tribunali contro le normative sulla privacy dei dati che ostacolano il modello di business. La distanza tra la comunicazione istituzionale e la realtà operativa è uno degli aspetti più discussi nel dibattito sulla governance digitale.

L’Italia si trova a un crocevia. Può diventare un hub strategico nel Mediterraneo, attrarre capitali e competenze, costruire finalmente un’infrastruttura digitale degna di una grande economia europea. O può rimanere un mercato di destinazione, dove i dati dei cittadini e delle imprese transitano attraverso server che obbediscono a leggi scritte altrove. La sovranità digitale non si compra con un comunicato stampa. Si costruisce con scelte politiche, investimenti pubblici, regole chiare. E con la consapevolezza che dietro ogni clic, ogni transazione, ogni conversazione digitale, c’è un edificio in qualche parte del mondo che consuma acqua, corrente e territorio. E che qualcuno, da qualche parte, ne controlla le chiavi.

 

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Written By
Marco Biagi

Marco Biagi, DG di Sanifika azienda leader nel settore della qualità dell'aria e dell'acqua, è esperto nella crescita e sviluppo delle aziende con particolare attenzione alle risorse umane. Ha collaborato con importanti aziende italiane come consulente per la formazione delle forze vendite e il miglioramento dell’armonia aziendale. Autore del libro “Appunti di un commesso viaggiatore”, contribuisce a diverse testate nazionali con articoli settimanali.