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Il tempo che la tecnologia ci ruba mentre promette di regalarcelo

Il tempo che la tecnologia ci ruba mentre promette di regalarcelo
  • PublishedLuglio 4, 2026

MI trovo a scrivere ancora su un tema che mi sta sempre più a cuore. Il Tempo.

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Man mano che il tempo di tutti noi scorre inesorabile, riecheggia da parte di chi ha ormai poco tempo da vivere a causa di una malattia o della vecchiaia, l’incoraggiamento a dare valore al tempo. Il tempo per vivere, da dedicare a chi si ama e per le proprie passioni.
Infatti, c’è una frase che chi si trova davanti alla fine, precocemente, spesso senza colpa, senza preavviso, ripete a chi resta: usa il tempo. Non sprecarlo. Non rimandarlo. Quella frase, detta da chi il tempo lo sta perdendo per davvero, dovrebbe pesare come un macigno sulle nostre giornate. E invece scivola via, come tutto il resto, inghiottita dalla prossima notifica, dal prossimo messaggio, dal prossimo “urgente” che urgente non è mai.

Nel frattempo, tutt’intorno a noi, un coro promette l’esatto contrario di ciò che la morte ci insegna. Intelligenza artificiale, CRM, PMS, software gestionali, portali, app di produttività: ognuno di questi strumenti nasce con una dichiarazione d’intenti identica, ripetuta come un mantra nelle presentazioni commerciali di mezzo mondo. Ti farà risparmiare tempo. Automatizzerà i processi. Libererà le tue giornate. E noi, ipnotizzati da questa promessa, continuiamo a comprare, installare, configurare, imparare a usare l’ennesimo strumento che dovrebbe restituirci ciò che diciamo di desiderare di più: tempo per vivere.

Poi arriva sera. E siamo più impegnati di prima.

Questa è la contraddizione terribile di cui nessuno vuole parlare, forse perché ammetterla significa ammettere un fallimento collettivo. Non è vero che questi strumenti non funzionano: funzionano benissimo, fanno esattamente ciò che promettono. Un software di gestione del tempo elimina davvero ore di lavoro manuale. Un sistema di automazione dei processi taglia davvero tempi morti che un tempo sembravano ineliminabili. Il problema non è tecnico. Il problema è che ogni ora liberata non diventa un’ora di silenzio, di respiro, di vita vissuta lentamente. Diventa lo spazio per un impegno nuovo, che prima non c’era, e che ora esiste solo perché lo spazio si è liberato.

È la legge non scritta della produttività moderna: il tempo risparmiato non si accumula, si reinveste. E lo reinvestiamo quasi sempre male, non in noi stessi ma in altro lavoro, altre richieste, altre scadenze. Gli economisti la chiamano, con un certo cinismo, “legge di compensazione”. I filosofi la chiamerebbero, più semplicemente, un tradimento della promessa. Perché quando un imprenditore acquista un gestionale per il proprio ristorante, quando un manager introduce un CRM aziendale per la propria rete vendita, quando un albergatore installa un PMS alberghiero di ultima generazione, la promessa implicita non è solo efficienza: è vita. È la sera libera per stare con i figli. È il fine settimana senza il telefono in mano. È, in fondo, proprio quel tempo che chi sta morendo ci implora di non sciupare.

E invece no. Il tempo liberato da un algoritmo viene immediatamente colonizzato da un altro algoritmo, da un’altra dashboard da controllare, da un altro indicatore di performance da monitorare in tempo reale, ovunque ci troviamo, ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Abbiamo costruito un mondo in cui essere sempre raggiungibili non è più un difetto ma una virtù professionale, quasi un vanto. E così la tecnologia che doveva restituirci le ore ce le sottrae in modo più sofisticato, più elegante, meno visibile di prima. Non ci porta via il tempo con la fatica fisica di un tempo, ce lo porta via con la sua stessa efficienza, che genera nuove aspettative, nuovi standard, nuove urgenze che dieci anni fa semplicemente non esistevano.

C’è un paradosso dentro il paradosso, ed è forse il più amaro. Chi si avvicina alla morte, dicevamo, ci insegna a dare valore al tempo che resta. Ma il modo in cui la nostra società organizza il lavoro, la produttività, persino il tempo libero, sembra costruito apposta per farci dimenticare quella lezione nel modo più rapido possibile. Torniamo dal funerale, dalla visita in ospedale, dalla telefonata che ci ha scosso, con la ferma intenzione di cambiare, di rallentare, di scegliere meglio come spendere le nostre giornate. E in una settimana, forse due, siamo di nuovo lì, con tre riunioni sovrapposte e la casella di posta che trabocca, a chiederci dove sia finito quel proposito così solenne.

Non credo che la soluzione sia demonizzare la tecnologia, sarebbe ipocrita oltre che inutile. Il problema non è lo strumento, è l’uso che ne facciamo, o meglio, l’uso che il sistema ci impone di farne. Un software gestionale che ci fa risparmiare due ore al giorno è un bene, un’opportunità, un privilegio che generazioni prima della nostra non hanno mai avuto. Ma quel privilegio richiede una scelta consapevole, quasi un atto di ribellione contro le nostre stesse abitudini: decidere, davvero, che quelle due ore appartengono a noi, e non al prossimo impegno che qualcuno, magari noi stessi, si affretterà a inserire nell’agenda.

La verità, difficile da accettare in un’epoca che misura il valore delle persone in base a quanto sono occupate, è che il tempo libero fa paura. Fa paura perché nel vuoto, nel silenzio, arrivano le domande che la frenesia ci permette di rimandare. Riempire ogni istante con un nuovo impegno, reso possibile da uno strumento che avrebbe dovuto liberarci, è forse anche un modo per non fermarci mai abbastanza da ascoltare quella voce che, da chi il tempo lo sta perdendo davvero, continua a ripeterci la stessa cosa: usalo, prima che sia tardi. Non per fare di più. Per vivere meglio.

 

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Written By
Marco Biagi

Marco Biagi, DG di Sanifika azienda leader nel settore della qualità dell'aria e dell'acqua, è esperto nella crescita e sviluppo delle aziende con particolare attenzione alle risorse umane. Ha collaborato con importanti aziende italiane come consulente per la formazione delle forze vendite e il miglioramento dell’armonia aziendale. Autore del libro “Appunti di un commesso viaggiatore”, contribuisce a diverse testate nazionali con articoli settimanali.