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Il mentore scomodo: quando l’esperienza diventa un peso

Il mentore scomodo: quando l’esperienza diventa un peso
  • PublishedGiugno 21, 2026

L’azienda moderna ha smesso di imparare dagli anziani. E ora non sa più affrontare l’imprevisto

C’era una volta, in ogni azienda che si rispettasse, una figura difficile da inquadrare negli organigrammi ma indispensabile nel funzionamento reale delle cose. Non era necessariamente il capo. Spesso non lo era affatto. Era quello che sapeva. Quello che aveva visto. Quello che, quando tutto andava storto, rimaneva calmo perché aveva già vissuto quel tipo di caos almeno tre volte. Lo chiamavano in molti modi: il vecchio della fabbrica, il capoofficina, la memoria storica. In sostanza era il mentore aziendale, una risorsa umana che non compariva in nessun KPI ma che reggeva l’equilibrio di interi reparti. Nello svolgimento del mio lavoro, negli anni entrando in molte aziende mi sono sempre chiesto al di la dell’organigramma chi era veramente costui.

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Oggi quella figura sta sparendo. Non è stata licenziata. È stata resa inutile.

 

Procedure, software e la fine del sapere incorporato

La digitalizzazione dei processi aziendali ha prodotto risultati straordinari in termini di efficienza, qualità e riduzione degli errori. Nessuno lo mette in discussione. Le procedure sempre più dettagliate, i software gestionali, i protocolli operativi standardizzati hanno trasformato attività che un tempo richiedevano anni di esperienza in sequenze di passaggi che chiunque, con la giusta formazione, può eseguire in poche settimane.

Il problema non è la tecnologia in sé. Il problema è ciò che si è perso nel processo: il trasferimento generazionale del know-how. Quel sapere tacito, non scritto, non codificabile, che viveva nella testa e nelle mani di chi aveva trent’anni di esperienza sulle spalle. La capacità di leggere una situazione prima che diventasse un problema. Di sentire che qualcosa non tornava, ancora prima che i dati lo confermassero.

Questo tipo di intelligenza non si scarica su un server. Non si replica in un manuale operativo. Si trasmette guardando, sbagliando accanto a qualcuno che sa, ricevendo una critica nel momento esatto in cui serve. Un processo lento, scomodo, spesso conflittuale. Ma insostituibile.

 

Il rimprovero come atto formativo

Uno degli aspetti più sottovalutati della formazione sul campo è il rimprovero. Non quello del capetto arrogante che sfoga le sue frustrazioni sul più debole. Il rimprovero competente, calibrato, di chi sa esattamente dove hai sbagliato e perché quello sbaglio, se non corretto subito, ti costerà caro fra sei mesi.

Oggi quel rimprovero dà fastidio. Spesso non viene tollerato. In alcuni contesti aziendali, chi prova a esercitarlo, pur avendone il titolo, l’esperienza e la legittimità, si ritrova accusato di creare un clima tossico, di non rispettare i processi di feedback condiviso, di non allinearsi con i valori aziendali di inclusività e rispetto.

Il risultato paradossale è che l’esperto viene neutralizzato. La sua funzione correttiva, che è anche la sua funzione più preziosa, diventa fonte di conflitto invece che di crescita. E lui, stanco di combattere, smette di dire. Annuisce. Si adegua. O se ne va.

L’intelligenza artificiale e l’illusione della previsione

Nell’ultimo anno la narrativa dominante nelle direzioni HR è diventata un’altra: l’intelligenza artificiale aiuta a prevedere l’imprevedibile. I sistemi predittivi analizzano i dati storici, identificano i pattern, segnalano i rischi prima che si manifestino. Bello. Anzi, utilissimo, in molti contesti.

Ma l’imprevedibile vero, quello che non ha precedenti nel dataset, quello che nasce da una combinazione di fattori umani, tecnici e contestuali che nessun algoritmo ha mai catalogato, quello continua a richiedere qualcosa che l’AI non ha. Richiede giudizio. Richiede esperienza sedimentata. Richiede la capacità di stare in piedi mentre tutto crolla e decidere non sulla base di una probabilità statistica, ma sulla base di una lettura della realtà acquisita nel tempo.

Chi sviluppava quel giudizio? Chi cresceva accanto al mentore. Chi veniva mandato a risolvere la crisi di turno con una pacca sulla spalla e un “arrangiatevi, ma chiamatemi se serve”. Chi sbagliava, veniva corretto, e imparava dall’errore in un contesto protetto.

Oggi nessuno cresce così. I giovani professionisti entrano in azienda con competenze tecniche eccellenti, spesso superiori a quelle dei colleghi senior. Ma la resilienza operativa, la capacità di reggere la pressione dell’imprevisto reale, non si costruisce su un sistema di procedure per quanto sofisticato. Si costruisce nell’urto con la realtà, guidati da qualcuno che ci è già passato.

 

Il paradosso della competenza invisibile

C’è un paradosso al centro di tutto questo che le aziende fingono di non vedere. Investono cifre considerevoli in formazione manageriale, in coaching, in programmi di leadership development, in welfare aziendale. E contemporaneamente stanno smontando sistematicamente l’unico meccanismo che ha prodotto leader veri per generazioni: l’affiancamento con chi sa, la critica tempestiva, la responsabilità crescente.

Il mentore non aveva bisogno di un corso per fare il mentore. Lo era diventato per accumulo. Per esposizione prolungata a situazioni critiche. Per la fiducia ricevuta nel momento sbagliato, che è l’unico momento in cui la fiducia forma davvero.

Quella competenza invisibile oggi non ha posto nell’organigramma. Non si misura. Non si certifica. Non rientra nei criteri di valutazione delle performance. E quindi, lentamente, smette di essere riprodotta.

Cosa rischia l’azienda che dimentica di imparare

Il rischio non è teorico. Si manifesta ogni volta che arriva un’emergenza fuori standard, un cliente impossibile, una crisi di fornitura, un guasto che i manuali non contemplano. In quel momento ci si guarda intorno e si scopre che nessuno sa cosa fare. I dati ci sono. Le procedure anche. Ma il giudizio situazionale manca.

L’azienda moderna ha costruito sistemi efficienti per gestire ciò che conosce già. Ha smesso di investire nelle persone che sanno gestire ciò che non si conosce ancora.

Finché tutto fila liscio, non si nota. Quando le cose si complicano, si paga. E si paga caro.

Il vero problema del mercato del lavoro contemporaneo non è la carenza di competenze digitali. È la carenza di persone che sanno stare in piedi quando il digitale non basta.

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Written By
Marco Biagi

Marco Biagi, DG di Sanifika azienda leader nel settore della qualità dell'aria e dell'acqua, è esperto nella crescita e sviluppo delle aziende con particolare attenzione alle risorse umane. Ha collaborato con importanti aziende italiane come consulente per la formazione delle forze vendite e il miglioramento dell’armonia aziendale. Autore del libro “Appunti di un commesso viaggiatore”, contribuisce a diverse testate nazionali con articoli settimanali.