Editoriale

L’Europa cambia rotta sulla regolamentazione digitale: cosa significa davvero per il futuro dell’IA e dei dati

L’Europa cambia rotta sulla regolamentazione digitale: cosa significa davvero per il futuro dell’IA e dei dati
  • PublishedNovembre 21, 2025

Per oltre dieci anni l’Unione Europea è stata il “poliziotto” più severo del mondo digitale. Bruxelles ha imposto multe miliardarie ai colossi americani, riscritto le regole del commercio online, imposto standard di trasparenza sui dati personali e approvato l’A.I. Act, la prima legge organica al mondo sull’intelligenza artificiale. Un modello di regolamentazione così influente da essere definito Brussels Effect: se l’Europa stabilisce una regola, spesso il resto del mondo la segue.

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Ma qualcosa sta cambiando. E in modo sorprendente.

Negli ultimi mesi, le istituzioni europee hanno iniziato a mettere in discussione il proprio stesso impianto normativo. Non per una questione filosofica, ma economica: molti nel continente temono che la regolamentazione eccessiva – seppur nata per proteggere cittadini e concorrenza – abbia finito per soffocare la crescita tecnologica, lasciando l’Europa indietro rispetto a Stati Uniti e Cina nella corsa dell’intelligenza artificiale.

Da qui nasce il cosiddetto “digital simplification package”, un pacchetto di riforme che potrebbe segnare una svolta storica nel rapporto tra Europa e Big Tech. Ma di cosa si tratta esattamente? Perché questo cambio di strategia? E quali conseguenze potrebbe avere per aziende, sviluppatori, consumatori e per l’ecosistema tecnologico europeo?

Entriamo nel dettaglio.

 

Perché l’Europa vuole allentare la presa

L’idea alla base del nuovo orientamento è semplice: l’eccesso di norme rischia di danneggiare la competitività.

Imprese e startup europee lamentano da anni una crescente “giungla normativa”. Il G.D.P.R., la legge simbolo della privacy europea, è diventato talmente complesso che molte piccole aziende non hanno le risorse per gestirne i requisiti. L’A.I. Act, che dovrebbe regolamentare ogni modello di intelligenza artificiale, impone percorsi di certificazione onerosi soprattutto per i settori considerati “ad alto rischio”, come la selezione del personale, i servizi bancari, la sanità e l’istruzione.

Il risultato? Mentre gli Stati Uniti innovano rapidamente grazie a un approccio molto più permissivo e la Cina procede con una strategia centralizzata estremamente aggressiva, l’Europa rischia di rimanere un semplice mercato di consumo, incapace di competere nella produzione delle tecnologie più avanzate.

La Commissione Europea, spinta anche dalle pressioni politiche dell’amministrazione americana, ha quindi deciso di intervenire. Ma senza abbandonare del tutto la filosofia della tutela dei cittadini.

 

Cosa prevede il “digital simplification package”

Secondo le bozze attualmente circolate, le riforme agiscono su tre fronti principali:

  1. Revisione del G.D.P.R.

Il regolamento sulla protezione dei dati personali, in vigore dal 2018, verrebbe alleggerito.

Tra le modifiche più significative:

  • ridefinizione della nozione di dato personale, così da facilitare l’uso dei dati per l’addestramento dell’IA;
  • maggiore libertà nell’elaborazione di informazioni sensibili in contesti di ricerca e sviluppo;
  • riduzione delle pop-up dei cookie: gli utenti potranno impostare una sola volta le preferenze nel browser, evitando il bombardamento costante di richieste.

Per i cittadini ciò significa maggiore semplicità; per le aziende, meno burocrazia e meno rischi di incorrere in sanzioni.

  1. Rinviare alcune parti dell’A.I. Act

L’attuazione delle norme più stringenti sull’intelligenza artificiale – quelle relative agli usi “ad alto rischio” – potrebbe slittare al 2027.

Molte aziende europee e statunitensi hanno esercitato forti pressioni: Airbus, ASML, Mercedes-Benz, Google e altri colossi temono che una regolamentazione troppo rigida possa frenare l’innovazione in settori strategici come automotive, robotica, semiconduttori.

Il rinvio darebbe al continente tempo per adattarsi e per evitare di penalizzare troppo le startup europee.

  1. Facilitare il commercio dei dati

Oggi in Europa i dati personali possono essere venduti e usati solo in condizioni molto rigide. La nuova proposta, senza rinunciare del tutto alla tutela dei cittadini, mira a rendere più semplice e “legittimo” lo scambio di dati tra aziende.

Per i sostenitori di questa riforma, si tratta di un passo fondamentale per costruire un’economia digitale europea più dinamica.

 

Chi è favorevole… e chi è contrario

I favorevoli

  • Imprenditori tecnologici
  • Startup digitali
  • Parte del mondo accademico legato all’IA
  • I governi più orientati alla crescita industriale

Secondo loro, l’Europa ha finalmente capito che non può crescere limitandosi a regolamentare. Serve permettere alle aziende di innovare con maggiore velocità, altrimenti il ritardo rispetto agli Stati Uniti diventerà irreversibile.

I contrari

  • Associazioni per la privacy
  • Esperti di diritti digitali
  • Vari eurodeputati che hanno scritto le attuali leggi
  • ONG che monitorano il potere delle Big Tech

Per questa parte della società civile, il nuovo orientamento è pericoloso: si rischia di perdere uno degli ultimi grandi sistemi di protezione dei cittadini contro gli abusi dei colossi tecnologici.

C’è anche una preoccupazione geopolitica: indebolendo il G.D.P.R., l’Europa potrebbe diventare ancora più dipendente dalle grandi piattaforme americane e cinesi.

Cosa cambia davvero per i cittadini europei?

Per l’utente medio, il cambiamento sarà graduale ma percepibile:

  • meno fastidio: meno bandierine dei cookie, meno consensi da cliccare;
  • più servizi personalizzati: grazie a un uso più libero dei dati da parte delle aziende;
  • rischi più alti: maggiore elaborazione dei dati personali significa anche maggiore esposizione ad utilizzi impropri.

L’Unione Europea promette comunque di mantenere un alto livello di tutela. Il Digital Services Act e il Digital Markets Act – le due leggi più contestate dalle Big Tech – resteranno pienamente in vigore.

 

Quale futuro per l’Europa digitale?

La domanda di fondo rimane: l’Europa sta facendo un passo avanti o un passo indietro?

Probabilmente entrambi.

Il continente tenta di trovare un nuovo equilibrio tra innovazione e protezione. Dopo anni in cui Bruxelles si è concentrata soprattutto nel limitare gli eccessi del digitale, ora prova a costruire un ambiente che favorisca anche la crescita delle proprie aziende.

Se questa strategia funzionerà, potrebbe nascere un nuovo modello europeo: non la deregolamentazione selvaggia americana, né il controllo centralizzato cinese, ma una forma più leggera di governance tecnologica che protegge senza frenare.

Se invece dovesse fallire, l’Europa rischierebbe di diventare il laboratorio delle norme… ma non dell’innovazione.

 

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Written By
Marco Biagi

Marco Biagi, DG di Sanifika azienda leader nel settore della qualità dell'aria e dell'acqua, è esperto nella crescita e sviluppo delle aziende con particolare attenzione alle risorse umane. Ha collaborato con importanti aziende italiane come consulente per la formazione delle forze vendite e il miglioramento dell’armonia aziendale. Autore del libro “Appunti di un commesso viaggiatore”, contribuisce a diverse testate nazionali con articoli settimanali.