Dal bloc notes alla notifica: come cambia il potere tra Il diavolo veste prada e il suo sequel vent’anni dopo
Due giorni fa ho rivisto con i miei figli adolescenti il primo Il diavolo veste Prada, per poi stasera andare a vedere il 2. Devo dire che, prima ancora che seguire una storia, ho osservato un’evoluzione culturale. Non è solo il tempo ad essere passato: è cambiato il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, esercitiamo il potere. E soprattutto, è cambiato il ruolo della tecnologia.
Il primo film, uscito nel 2006, raccontava un mondo ancora di carta, competitivo, crudele ma ancora analogico nelle sue dinamiche profonde. Il secondo capitolo, invece, mette in scena un ecosistema dominato dall’istantaneità, dall’intelligenza artificiale e da una pressione costante che non concede pause. Dove si pensa davanti a un monitor, non davanti agli appunti manoscritti.
Nel primo film, la comunicazione era già veloce, ma ancora umana. Le telefonate di Miranda Priestly avevano un peso specifico enorme: squillavano come sentenze. Le richieste erano assurde, ma passavano attraverso una voce, uno sguardo, una presenza fisica. C’era un tempo, seppur minimo, per reagire. Oggi, nel sequel, quel tempo è scomparso. La comunicazione è diventata notifiche, messaggi, comandi asincroni. Non si alza più la cornetta: si riceve un ordine su uno schermo. E la differenza è sostanziale. La tecnologia non ha solo accelerato i processi, li ha svuotati di relazione.
Il tema dei licenziamenti è emblematico. Nel primo film, anche la crudeltà aveva una forma: si veniva umiliati in presenza, si veniva esclusi lentamente, si percepiva il deterioramento del proprio ruolo. Nel nuovo film, invece, il licenziamento arriva con un messaggio, una chiamata fredda, o addirittura una notifica impersonale. Questo non è solo un dettaglio narrativo: è il segno di un cambiamento più ampio. Il lavoro è diventato liquido, precario, privo di ritualità. L’intelligenza artificiale e i sistemi automatizzati permettono decisioni rapide, ma eliminano ogni filtro umano. E quando togli il filtro umano, togli anche la responsabilità emotiva.
Un altro elemento centrale è la performance. Nel primo film, Andy doveva dimostrare di essere all’altezza, ma lo faceva attraverso il lavoro, l’impegno, la trasformazione personale. Era una crescita visibile, fatta di errori e miglioramenti. Nel sequel, la performance è costante, misurata, monitorata. Non si tratta più di dimostrare valore: bisogna mantenerlo in tempo reale. I personaggi vivono sotto una lente continua, dove ogni errore può essere amplificato, condiviso, giudicato. L’intelligenza artificiale entra qui in modo sottile ma decisivo: analizza dati, suggerisce scelte, anticipa tendenze. Ma allo stesso tempo, impone standard sempre più alti, spesso disumani.
Il cellulare, in questo contesto, non è più uno strumento. È un’estensione del sistema. Nel primo film, il telefono era un mezzo per comunicare. Oggi è il centro operativo della vita professionale. Tutto passa da lì: email, chat, social, analytics, decisioni strategiche. Non esiste più separazione tra lavoro e vita privata. Il dispositivo diventa una catena invisibile, che lega il lavoratore a un flusso continuo di richieste. E questo cambia anche la percezione del tempo. Non ci sono più pause, solo interruzioni.
Ma forse il cambiamento più profondo riguarda il potere. Nel primo film, il potere era incarnato da una figura precisa: Miranda. Era lei a decidere, a imporre, a dominare. Il sistema ruotava attorno a una leadership forte, riconoscibile. Nel sequel, il potere è diffuso. Non è più concentrato in una persona, ma distribuito tra algoritmi, investitori, dati. Le decisioni non sono più solo umane: sono influenzate da metriche, previsioni, modelli. Questo rende il sistema più efficiente, ma anche più opaco. Non sai più chi decide davvero. E quando non sai chi decide, diventa difficile anche opporsi.
Il ruolo degli investitori è un altro elemento chiave. Nel primo film, la rivista aveva una sua identità, una sua autonomia. Certo, c’erano pressioni economiche, ma il prodotto editoriale aveva ancora un’anima. Nel sequel, tutto sembra subordinato al capitale. Le scelte editoriali, le strategie, perfino le relazioni interne sono influenzate dalla necessità di soddisfare gli investitori. Questo crea un ambiente instabile, dove ogni decisione deve essere giustificata in termini di rendimento. Non si lavora più per creare valore culturale, ma per generare numeri.
E qui entra in gioco l’intelligenza artificiale in modo più evidente. Non come protagonista, ma come infrastruttura. L’AI analizza i gusti del pubblico, suggerisce contenuti, ottimizza le campagne. Ma allo stesso tempo, contribuisce a standardizzare. Se tutto è guidato dai dati, il rischio è perdere l’originalità. Il sistema premia ciò che funziona, non ciò che innova. E questo crea una tensione continua tra creatività e conformismo.
Guardando il film con attenzione, emerge una domanda implicita: cosa abbiamo guadagnato, e cosa abbiamo perso? Abbiamo guadagnato velocità, efficienza, capacità di previsione. Ma abbiamo perso lentezza, relazione, profondità. Il lavoro è diventato più performante, ma anche più fragile. Le relazioni sono più rapide, ma meno autentiche. E il potere, pur essendo più distribuito, è anche più difficile da comprendere.
Il confronto tra i due film, quindi, non è solo cinematografico. È uno specchio del nostro tempo. Il primo raccontava un mondo duro, ma ancora leggibile. Il secondo racconta un mondo complesso, accelerato, dove le regole cambiano continuamente. E in mezzo, ci siamo noi: lavoratori, professionisti, individui che cercano di adattarsi a un sistema che corre più veloce della nostra capacità di comprenderlo.
La vera differenza non è nella tecnologia, ma nel modo in cui la viviamo. Nel primo film, il lavoro era una sfida personale. Nel secondo, è una corsa collettiva, spesso senza direzione. E la domanda che mi sono posto, uscendo dalla sala, è semplice ma inquietante: in questo nuovo mondo, chi sta davvero guidando?

