Dubai ha smesso di essere una giurisdizione senza adempimenti

L’idea che negli Emirati un’impresa non debba tenere contabilità, non presenti dichiarazioni e non risponda a nessuna autorità appartiene a una fase storica conclusa. Chi si affaccia oggi al mercato emiratino con quella rappresentazione in testa costruisce una struttura che, nel giro di pochi esercizi, richiederà di essere rifatta. È una delle prime cose che uno studio come Daniele Pescara Consultancy si trova a chiarire con gli imprenditori italiani, e non è una precisazione formale: cambia il modo in cui la società va impostata fin dal primo giorno.
Il quadro è cambiato su tre fronti contemporaneamente, e ciascuno di essi ha conseguenze operative concrete.
Esiste un’imposizione societaria, e quindi esiste un bilancio
Gli Emirati hanno introdotto un regime di tassazione sui redditi delle società, e con esso l’apparato che qualsiasi imposta porta con sé: registrazione dei soggetti passivi, determinazione della base imponibile, dichiarazioni periodiche, conservazione della documentazione contabile.
Accanto a questo opera il sistema dell’imposta sul valore aggiunto, che comporta la registrazione dei soggetti che ne soddisfano i presupposti e adempimenti dichiarativi propri. Per un’impresa questo significa che la contabilità non è più un documento interno facoltativo, ma la base di un obbligo. Significa anche che il costo di gestione annuale di una società emiratina comprende oggi voci che dieci anni fa non esistevano, e che vanno messe nel conto quando si valuta la convenienza di una struttura.
La conseguenza organizzativa è che la società ha bisogno di un’amministrazione, sia pure leggera, fin dal primo esercizio. Fatture emesse e ricevute vanno conservate secondo criteri definiti, i movimenti bancari devono essere riconciliabili con l’attività dichiarata, le scadenze vanno presidiate da qualcuno. Molte difficoltà nascono qui: imprenditori che hanno costituito la struttura contando di occuparsene “quando serve” si trovano, al primo adempimento, a dover ricostruire a posteriori un anno intero di documentazione.
La verifica sull’identità e sull’origine dei fondi è diventata centrale
Il secondo fronte riguarda la compliance. Le procedure in materia di antiriciclaggio, l’identificazione dei titolari effettivi delle società, i controlli bancari sull’origine dei fondi si sono progressivamente rafforzati, allineandosi agli standard internazionali.
La conseguenza pratica più visibile è nel rapporto con le banche. Un conto societario non si apre perché la società esiste: si apre quando l’istituto ha ricostruito e ritenuto coerente il quadro complessivo, cioè chi sono i soci reali, che attività svolge l’impresa, con quali controparti lavora, da dove arrivano i capitali iniziali. Le strutture costruite per essere opache incontrano ostacoli proprio dove servono di più.
La sostanza pesa più della forma societaria
Il terzo cambiamento è il più importante per un imprenditore italiano, e riguarda tanto il diritto emiratino quanto quello italiano. Una società esiste fiscalmente dove è effettivamente amministrata e dove svolge la propria attività, non dove è registrata.
Una struttura intestata a Dubai ma gestita quotidianamente dall’Italia, con i clienti in Italia, le decisioni prese in Italia e nessuna presenza reale negli Emirati, è una struttura esposta a contestazione. L’ordinamento italiano dispone di strumenti per riqualificare situazioni di questo tipo, e li utilizza. Costruire sostanza, persone, uffici, decisioni, contratti che risiedono davvero dove risiede la società, non è un accorgimento facoltativo: è la condizione perché l’impianto regga.
Che cosa comporta per chi una struttura ce l’ha già
Molte società emiratine costituite in anni precedenti sono state impostate secondo criteri che il quadro attuale non sostiene più. Per queste il problema non è la legittimità originaria, ma l’adeguamento: verificare la posizione rispetto agli obblighi introdotti, regolarizzare le registrazioni dovute, allineare la contabilità, rivedere l’assetto di governance in funzione della sostanza.
È un lavoro che conviene fare prima che sia un’autorità a chiederlo, perché un adeguamento spontaneo si gestisce con calma e uno sollecitato no. Vale in particolare per chi ha impostato la struttura contando su un vantaggio fiscale che oggi, in quella forma, non è più conseguibile.
In alcuni casi la conclusione dell’analisi è che la struttura non serve più. Una società emiratina inattiva, mantenuta per abitudine, continua a generare costi di rinnovo e obblighi di adempimento senza produrre alcun beneficio: chiuderla ordinatamente, seguendo la procedura prevista, è una decisione legittima e spesso la più conveniente. Anche la chiusura, però, richiede di essere condotta secondo le regole, perché una licenza lasciata semplicemente scadere può lasciare dietro di sé posizioni aperte.
Come si riconosce un interlocutore adeguato
Il cambiamento del quadro normativo ha una conseguenza indiretta sul mercato della consulenza: ha reso rapidamente obsoleti gli operatori che vendevano la costituzione come prodotto standardizzato a prezzo basso.
Un interlocutore adeguato oggi si riconosce da poche cose verificabili. Chiede un’attività reale prima di proporre una giurisdizione. Spiega quali adempimenti ricorrenti la struttura comporterà, con i relativi costi annuali. Affronta il tema della residenza fiscale italiana invece di eluderlo. Dispone di competenze contabili e di compliance oltre che di costituzione societaria, perché la parte lunga del rapporto è quella che viene dopo la licenza.
C’è una verifica ancora più rapida, da fare durante il primo colloquio. Se nel corso della conversazione non compaiono mai le parole contabilità, dichiarazione e rinnovo, la fotografia di Dubai che viene proposta ha almeno dieci anni.


