Finanza

Giuseppe Valvo, Consulente del Debito: “Nel mio mestiere dire la verità è più difficile che promettere miracoli”

Giuseppe Valvo, Consulente del Debito: “Nel mio mestiere dire la verità è più difficile che promettere miracoli”
  • PublishedLuglio 6, 2026

Quando si incontra Giuseppe Valvo la prima cosa che colpisce è una certa ostinazione nel non voler dire ciò che la gente vorrebbe sentirsi dire. Da oltre dieci anni affianca famiglie e piccoli imprenditori schiacciati dai debiti, in un settore dove la parola “soluzione” viene spesso usata come esca e dove la disperazione del cliente è, per molti, un’occasione commerciale prima che un problema da risolvere.

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È in questo terreno scivoloso che Giuseppe Valvo ha costruito la sua identità professionale di consulente del debito, una figura che fino a poco tempo fa esisteva quasi solo nei fatti e che oggi, complice il recepimento della nuova direttiva europea sul credito al consumo, comincia a ottenere un riconoscimento di sistema. Una figura che lui rivendica con orgoglio, perché la porta avanti da oltre dieci anni. 

In questa intervista Valvo racconta come è arrivato a fare questo mestiere, perché ha scelto di fondare il suo metodo sulla trasparenza anziché sulle promesse, quali errori vede commettere più spesso a chi è sommerso dai debiti, e perché, a volte, la risposta professionale più corretta è dire a un cliente: “Non posso aiutarti”.

Giuseppe, partiamo dall’inizio. Il “consulente del debito” è una figura che molti faticano ancora a inquadrare: c’è chi la confonde con l’avvocato, chi con le società di recupero crediti. In un panorama così confuso, come è arrivato a costruirsi un’identità professionale precisa, e cosa l’ha spinta a scegliere proprio questo terreno, che è anche uno dei più esposti ad abusi e improvvisazione?

«Ci sono arrivato vedendo da vicino il danno che fa l’improvvisazione. In questo campo il confine tra chi aiuta e chi approfitta è sottile, e la persona che ha debiti è quasi sempre nella condizione peggiore per distinguerli: è stanca, spaventata, ha già sentito diverse campane e vuole solo che il problema sparisca. Ho scelto di stare da una parte sola, quella del debitore, e di renderlo chiaro fin dal primo minuto. Non vendo formule preconfezionate. Studio il caso e dico la verità su cosa si può fare e cosa no. So che non è il modo più rapido per chiudere un contratto, ma è l’unico per costruire qualcosa che regga, davanti ai creditori o in tribunale. Le scorciatoie, in questo mestiere, le paga sempre il cliente».

C’è un equivoco che la fa arrabbiare più di altri, ed è quello delle false promesse che girano sul web, con slogan che funzionano proprio perché parlano alla disperazione delle persone. Perché secondo lei sono così pericolosi, e cosa rischia concretamente chi ci crede?

«Sono pericolosi perché vendono una bugia comoda. La gestione di un debito non funziona con gli slogan: ogni situazione ha tempi, limiti e condizioni precise che vanno rispettati. Quando qualcuno ti promette di azzerare tutto senza nemmeno aver guardato i numeri, sta facendo esattamente il contrario di ciò che servirebbe. Il rischio concreto è doppio: la persona perde mesi preziosi dietro a una strada che non porta da nessuna parte, e nel frattempo la sua posizione peggiora, perché i debiti nel frattempo corrono. Diciamo che nel mio lavoro chi grida più forte è quasi sempre quello di cui fidarsi di meno».

Nel suo metodo c’è una scelta che molti operatori del settore non farebbero: il tribunale come ultima risorsa. Eppure, per il pubblico, “andare dal giudice” sembra spesso la soluzione più forte. Perché preferisce esplorare prima ogni altra strada?

«Perché il tribunale è uno strumento e gli strumenti si usano quando servono davvero, non per fare scena. Le procedure davanti al giudice sono valide e a volte indispensabili, ma andrebbero attivate solo dopo aver tentato ogni margine di accordo stragiudiziale, cioè fuori dal tribunale. Saltare direttamente alla fase giudiziale, senza provare a chiudere bonariamente con i creditori, spesso allunga i tempi e gonfia i costi senza un reale vantaggio. Un buon consulente esplora prima ogni possibilità di mediazione; il ricorso al giudice è la mossa finale, non la prima».

Lei dice spesso che, a volte, la scelta professionale più corretta è dire “no”. In un mercato dove ogni cliente è fatturato, è una posizione quasi controcorrente. Cosa intende, concretamente, e quanto le è costata questa scelta?

«Intendo che quando una soluzione non è adatta, o i rischi per il cliente sono troppo alti, il mio compito è dirlo, anche se significa rinunciare a un incarico. Non è la scelta più comoda per chi vende consulenza, ovviamente. Nell’immediato è una pratica in meno. Ma è l’unica che evita danni peggiori alla persona e, alla lunga, è anche quella che costruisce la reputazione. La fiducia non si dichiara, si dimostra nel tempo con i risultati reali e con la coerenza del metodo, non con i miracoli. Preferisco dire a qualcuno “questa strada non fa per te” piuttosto che incassare un onorario per un percorso che so già che fallirà. Il cliente magari sul momento ci resta male. Poi, quando capisce, torna e spesso lo consiglia anche agli altri».

Veniamo alla cronaca. Con il recepimento della direttiva europea sul credito al consumo, la consulenza sul debito ha ottenuto per la prima volta un riconoscimento normativo. Per chi, come lei, fa questo mestiere da anni, è una svolta o solo un primo passo?

«È un primo passo importante, ma va letto per quello che è. Per la prima volta si afferma con chiarezza un principio che noi sul campo applichiamo da sempre: chi è in difficoltà ha diritto a essere ascoltato e orientato, non solo a ricevere l’ennesimo sollecito. È un riconoscimento culturale prima ancora che giuridico. Detto questo, sarei disonesto se dicessi che da domani cambia tutto: la norma riconosce un bisogno e un servizio, non trasforma di colpo il settore in una professione regolata in ogni dettaglio. Il lavoro vero, quello di alzare la qualità di chi opera in questo campo e di fare pulizia tra i professionisti seri e gli improvvisatori, lo dovremo fare noi. La legge apre la porta. Sta a noi non trasformarla nell’ennesima etichetta usata male».

Chiudiamo con un consiglio pratico. A una famiglia, o a un piccolo imprenditore, che ha iniziato ad accumulare rate e scadenze ingestibili e non sa da dove cominciare, cosa direbbe oggi?

«Direi una cosa sola: non aspettare. L’errore più diffuso è il tempo perso a sperare che la situazione si sblocchi da sola, o la vergogna che porta a non aprire nemmeno la posta. Il debito non è una colpa morale, è un problema tecnico, e come tutti i problemi tecnici si affronta meglio quando è ancora gestibile. Prima si interviene, più strade restano aperte; più si aspetta, più le opzioni si chiudono una dopo l’altra. La verità è che chi è finito nella trappola delle rate quasi mai è davvero senza vie d’uscita. Ma quelle vie bisogna conoscerle e percorrerle con metodo, non sperare che arrivino da sole. Un po’ come per una perdita d’acqua in casa: ignorarla non la fa sparire, la fa solo diventare un allagamento».

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Written By
Alfonso Alfano