Intervista di Ing. Andrea Carpi, EosMedTech «Vogliamo dare i superpoteri agli oculisti grazie all’AI direttamente integrata nel gestionale»

Negli studi oculistici italiani la trasformazione digitale procede a velocità diverse: accanto a strutture ancora legate al cartaceo, nascono piattaforme cloud che integrano gestione, dati clinici e moduli di intelligenza artificiale.

In questo contesto, Andrea Carpi ha scelto di trasformare un’emergenza molto concreta, l’allagamento dell’ambulatorio del padre, nell’occasione per ripensare OptiGest, storico gestionale per oculisti, in chiave cloud e AI con EosMedTech.

In questa intervista ripercorriamo il suo percorso dall’università all’imprenditoria, il valore ereditato dal lavoro del professor Olivero, le sfide della regolazione sull’IA in sanità, il divario tra studi “analogici” e “digitali” e cosa significa davvero dare “superpoteri” agli oculisti senza spostare il baricentro dal medico al software.

Andrea, grazie per averci concesso questa intervista, partiamo un po’ dall’inizio: all’università si è appassionato a intelligenza artificiale, chirurgia assistita e realtà virtuale applicata alla medicina. Cosa l’ha colpita di più, in quegli anni, al punto da farle pensare che avrebbe dedicato il suo lavoro a portare queste tecnologie nella pratica clinica?

«Mi ha molto colpito e tuttora mi affascina come l’uomo ha sempre creato degli strumenti e le capacità dell’uomo sono sempre definite dagli strumenti che ha saputo immaginare. La medicina e i misteri che ancora ci riserva è la nostra prossima frontiera come umanità.»

Nel suo percorso cita “Gödel, Escher, Bach” di Hofstadter come lettura decisiva, un libro che attraversa matematica, arte e musica per dimostrare che i confini tra le discipline sono meno netti di quanto pensiamo. In che modo questa visione ha cambiato concretamente il modo in cui oggi costruisce EosMedTech?

«Sono sempre stato dell’idea che le intuizioni migliori avvengono quando si è capaci di guardare alle sfide con occhi nuovi. Il libro di Hofstadter mi ha convinto definitivamente.»

La nascita di EosMedTech è legata però a un episodio concreto: l’allagamento dell’ambulatorio di suo padre e la paura di perdere i dati. Guardandosi indietro, quando è stato il momento in cui ha realizzato che quella soluzione “temporanea” poteva diventare una soluzione anche per altri professionisti?

«Piuttosto avanti, in realtà. Il mio obiettivo iniziale è stato quello di evitare che il problema si potesse ripresentare in futuro. Solo in un secondo momento, scavando più a fondo in OptiGest, ho capito il valore di tutto il lavoro svolto dal Prof. Olivero in questi 25 anni.»

Con l’AI Act e le nuove normative italiane sull’intelligenza artificiale, chi sviluppa software in ambito sanitario si muove in un contesto regolatorio sempre più strutturato. Qual è, secondo lei, la principale opportunità e la principale responsabilità per aziende come EosMedTech?

«La chiarezza sui limiti dell’AI e la massima trasparenza su cosa accade dietro le quinte. L’AI a mio avviso va demistificata, altrimenti rischia di diventare un parafulmine su cui gli uomini possono scaricare responsabilità che non vogliono assumersi.»

Guardando ai trend più ampi della sanità, si parla sempre più di medicina personalizzata e di integrazione tra dati provenienti da diverse fonti (ambulatori, ospedali, device personali). Che ruolo immagina per piattaforme come la vostra in questo contesto? Potrebbe diventare uno dei nodi che dialogano con altri sistemi sanitari e reti di dati clinici?

«La situazione è molto complessa perché in Italia, ma non solo, il sistema sanitario è molto frammentario. Noi ci poniamo l’obiettivo di standardizzare l’informazione per l’intero comparto dell’oftalmologia.»

Negli studi oculistici italiani la digitalizzazione procede a velocità diverse: ci sono strutture completamente paperless e altre ancora legate al cartaceo. Dal suo osservatorio, qual è oggi il divario più evidente tra uno studio “digitale” e uno “analogico” in termini di qualità del lavoro quotidiano?

«Il divario è abissale, e purtroppo difficile da colmare. Il problema principale è la scarsa familiarità di molti medici con la tecnologia, e la paura (a volte un po’ preconcetta) di non sentirsi in grado di adottarla.»

OptiGest nasce 25 anni fa dalla visione del professor Olivero e oggi evolve in OptiGest Cloud. Com’è lavorare su un prodotto con una storia così lunga alle spalle? Qual è l’equilibrio tra il rispetto per ciò che è stato costruito e la necessità di cambiare, riscrivere, portare tutto nel cloud?

«Il rispetto è alla base di ogni rapporto ed è imprescindibile per fare innovazione. Solo capendo i punti di forza del passato possiamo pensare a un futuro migliore.»

Dice che il vostro obiettivo è “dare superpoteri agli oculisti grazie all’AI direttamente integrata nel gestionale”. Se dovesse fare un esempio concreto, oggi o di domani, in che modo un modulo di intelligenza artificiale può migliorare il lavoro in ambulatorio senza togliere centralità al medico?

«I medici hanno poco tempo. Una visita oculistica dura in media 15 minuti. Non è abbastanza tempo per consentire a un oculista di leggere tutta la storia di un paziente, fare gli esami strumentali, consultarli, vedere l’evoluzione ed elaborare una diagnosi o la richiesta di ulteriori approfondimenti. Oggi gli oculisti si affidano agli ortottisti in modo preponderante, un domani potrebbero scegliere di affidarsi direttamente a EosAI per capire i punti chiave della storia del paziente.»

Nel dibattito pubblico c’è spesso il timore che l’IA “sostituisca” il professionista. Nel vostro caso, invece, parlate esplicitamente di supporto decisionale. Come spiegate a un oculista dove finisce l’algoritmo e dove inizia la sua responsabilità clinica?

«Oggi un oculista che lavora carta e penna passa più di metà del tempo a leggere i referti precedenti, scrivere quelli nuovi, rileggerli e inviarli. L’essere umano è sempre l’inizio e la fine del processo, ma noi vogliamo semplificare quello che accade nel mezzo e renderlo più efficiente. L’oculista rimane (e rimarrà) quello che prende le decisioni, ma impiegherà meno tempo per la burocrazia e la compilazione per poterlo dedicare a favore del paziente.»

Guardando alla sua esperienza con EosMedTech, tra allagamenti, cloud, AI e confronto quotidiano con i medici, qual è la convinzione che oggi sente più forte sul futuro della medicina digitale e quale errore invita a evitare?

«Se la tecnologia non mette gli esseri umani al centro non può essere adottata in modo diffuso.»

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