La figura di un avvocato che conosce dall’interno il linguaggio e le logiche del digitale per riuscire a tradurre esigenze concrete in strumenti legali capaci di proteggere, rafforzare e persino valorizzare un business. A tal proposito, abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Antonino Polimeni, che ha vissuto l’evoluzione della rete prima come professionista del settore tecnologico e poi come avvocato, costruendo un ponte stabile tra diritto e innovazione.
1. Oggi il digitale permea ogni ambito professionale: qual è il ruolo di uno studio legale specializzato in questo settore e quali sono le responsabilità emergenti?
«Uno studio legale che conosce il linguaggio digitale riesce a comprendere davvero le esigenze delle aziende. Questo approccio non nasce da un posizionamento di facciata, ma da un percorso personale e professionale che ha radici lontane. Antonino Polimeni si occupa di digitale da oltre vent’anni, prima ancora di diventare avvocato. È proprio questa competenza tecnica che ha reso possibile creare un ponte efficace tra diritto e tecnologia. Le responsabilità emergenti oggi riguardano la capacità di seguire aziende che operano in un contesto europeo frammentato, dove le normative cambiano da Paese a Paese e la sfida è assicurare una conformità che valga ovunque, soprattutto in ambito digitale.»
2. Quali sono gli accorgimenti legali indispensabili oggi per tutelare efficacemente un business digitale?
«Una realtà digitale non può trascurare tre elementi essenziali: contratti ben strutturati, tutela del marchio e protezione del proprio patrimonio industriale e intellettuale. A questi si aggiungono due pilastri sempre più centrali: l’adeguamento al Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale per chi integra questi sistemi nei processi aziendali, e la conformità al GDPR. Oggi, un’azienda non conforme non viene scelta dai grandi brand. Le richieste di compliance non sono più un’opzione, ma una condizione per accedere al mercato.»
3. Molti professionisti si affidano a template o strumenti automatizzati per gestire privacy policy e contrattualistica. Quali sono i limiti di questo approccio?
«L’uso di template o strumenti automatizzati può sembrare una soluzione veloce, ma spesso porta a un falso senso di sicurezza. Una privacy policy generica o un contratto standardizzato non tengono conto delle peculiarità del business, dei flussi di dati specifici né delle responsabilità reali dell’azienda.
Come ricordato da Antonino Polimeni, la conformità non è un mero adempimento formale, ma un requisito strutturale per accedere al mercato. I grandi brand selezionano solo partner realmente compliant e, in un contesto normativo sempre più tecnico, affidarsi a strumenti impersonali può esporre a rischi concreti, anche reputazionali. Serve un approccio su misura, che sappia interpretare le esigenze aziendali e tradurle in strumenti legali realmente efficaci.»
4. Negli ultimi anni avete seguito centinaia di agenzie, e-commerce e creator digitali. C’è un errore ricorrente che riscontrate in chi approccia la legalità solo in fase “emergenziale”?
«Uno degli errori più frequenti è considerare il supporto legale solo quando qualcosa va storto. In realtà, come sottolinea spesso Antonino Polimeni, il diritto oggi è parte integrante del business digitale.
Molte aziende entrano nel mercato senza preoccuparsi di contratti, protezione del marchio o adeguamento normativo, salvo poi trovarsi bloccate quando devono scalare, partecipare a bandi o lavorare con grandi clienti.
Un altro errore è non comprendere che la compliance, se costruita con attenzione anche al linguaggio e alla comunicazione, può generare fiducia e diventare un vantaggio competitivo. Una policy ben scritta o una contrattualistica trasparente possono rafforzare il posizionamento del brand e incidere positivamente sulle vendite.
La legalità non è un ostacolo: è un investimento che, se pensato in chiave strategica, aiuta a vendere meglio e a crescere in modo più solido».
5. L’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende è in forte espansione. Quali aspetti legali andrebbero considerati con maggiore urgenza per evitare criticità future?
«Il primo aspetto è la necessità di una regolamentazione adeguata. Oggi molte delle tecnologie che usiamo provengono da Paesi extraeuropei, con regole meno stringenti. L’Europa, invece, ha adottato un approccio più rigoroso per garantire sicurezza e trasparenza. Questo impone alle aziende di interrogarsi su dove risiedono i propri dati e su quali siano i limiti reali dei sistemi che utilizzano. In parallelo, il Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale introduce un sistema di compliance che diventerà sempre più centrale. È essenziale dotarsi di strumenti giuridici che permettano di valutare il rischio e documentare il rispetto delle normative.»
6. Guardando al futuro del digitale, su quali fronti pensate che il diritto sarà chiamato a innovarsi più rapidamente?
«Il diritto dovrà adattarsi alla velocità dell’innovazione tecnologica. In particolare, sarà necessario colmare il divario tra le normative europee e le dinamiche dei mercati globali. Uno dei nodi principali riguarda la sovranità tecnologica, oggi compromessa dal fatto che la maggior parte dei servizi digitali e delle intelligenze artificiali proviene da Stati Uniti o Cina. Inoltre, bisognerà affinare gli strumenti normativi per tenere conto della dimensione delle aziende, in modo da non gravare eccessivamente su freelance e microimprese. Serviranno modelli legali più agili, capaci di offrire protezione senza ostacolare l’innovazione.»