Intervista di Carmen Marino, Met4Health: “L’integratore non cura, ma aiuta a prevenire e supportare l’organismo solo se è davvero validato scientificamente.”

Nel mondo dei nutraceutici c’è un punto cieco di cui si parla ancora troppo poco: moltissimi integratori arrivano sugli scaffali senza una reale fotografia di ciò che fanno, o non fanno, all’interno del nostro organismo.

Met4Health nasce per colmare proprio questo vuoto, portando la metabolomica NMR nel cuore del processo di sviluppo e validazione degli integratori, per trasformare promesse generiche in evidenze misurabili e riproducibili.

In questa intervista parliamo con Carmen Marino, cofondatrice di Met4Health, per capire come un percorso di ricerca all’Università di Salerno sia diventato un progetto di impresa al femminile e perché oggi parlare di integratori significa, sempre di più, parlare di prevenzione basata sui dati e di validazione omica come leva strategica per le aziende.

Carmen qual è stato il percorso che ha fatto e che poi l’ha portata dalla ricerca accademica e poi alla decisione di fondare una startup come Met4Health?

«La decisione di fondare Met4Health è nata dall’esperienza accademica maturata presso il Dipartimento di Farmacia dell’Università degli Studi di Salerno, conseguita dopo il conseguimento del Dottorato in Scienze del Farmaco sotto la guida della professoressa Anna Maria D’Ursi. L’idea di fondare una start-up è partita proprio dalla professoressa D’Ursi che attualmente è la nostra guida scientifica. Durante il nostro percorso accademico io e la dottoressa Enza Napolitano, cofondatrice di Met4Health, abbiamo applicato la metabolomica mediante Risonanza Magnetica Nucleare a vari aspetti da quello cellulare a quello clinico, acquisendo informazioni preziose sui sistemi cellulari nonché sui disequilibri di una condizione patologica. Met4Health nasce per applicare la stessa tecnica alla validazione dei prodotti nutraceutici, al fine di fornire integratori scientificamente validati.»

Nella sua storia ritornano tre elementi forti: la ricerca scientifica, il legame con l’Università di Salerno e la scelta di fare impresa in un team femminile. In che modo questi tre aspetti hanno influenzato il modo in cui oggi costruite Met4Health?

«La ricerca scientifica è un punto cardine nella vita di tutti i componenti di Met4Health e l’Università di Salerno, in particolare il dipartimento di Farmacia, è stato il luogo che ci ha permesso di acquisire tutte le competenze che attualmente sia io che Enza abbiamo, nonché di crescere ed arricchirci. Proveniamo entrambe da un laboratorio diretto da una donna, la professoressa Anna Maria D’Ursi, pertanto, la presenza delle quote rosa è qualcosa che ci ha sempre accompagnato in tutto il percorso e lo consideriamo un punto di forza.»

In un settore come quello scientifico, dove spesso le posizioni apicali sono ancora a prevalenza maschile, che cosa significa per lei avviare e guidare una startup innovativa al femminile e quali ostacoli specifici ha incontrato (o sta incontrando) in questo percorso?

«Come dicevo, sia io che Enza abbiamo avuto una guida scientifica femminile; tra l’altro, la professoressa D’Ursi ha preso parte a varie iniziative per la parità di genere. Sicuramente l’essere donna nell’ambito scientifico penalizza: le statistiche confermano il fatto che ci sono poche donne che occupano le posizioni apicali della carriera accademica, sebbene la percentuale femminile non sia bassa nei laboratori di ricerca. Ho trovato più apertura nel mondo dell’impresa, con particolare riguardo verso iniziative che promuovono le start-up completamente a femminile. Sebbene sia innegabile che noi donne facciamo ancora difficoltà nel mondo del lavoro, credo che abbiamo un potenziale per il quale non dobbiamo scoraggiarci, e credo che Met4Health sia un bellissimo esempio di “women power”.»

Il mercato degli integratori è in forte crescita, ma spesso i prodotti arrivano sugli scaffali senza una vera validazione dell’efficacia. Dal suo punto di vista, qual è oggi il principale equivoco che esiste intorno ai nutraceutici, sia tra le aziende sia tra i consumatori?

«La popolazione oggi si divide tra chi assume integratori in grandi quantità senza conoscerne i benefici e chi non crede siano dei prodotti che possano aiutare a prevenire le malattie o riequilibrare delle disregolazioni. L’integratore non è qualcosa che cura; in caso di malattia è necessario il farmaco, ma sicuramente è un prodotto che permette di prevenire delle malattie, facendo fronte a delle carenze ed è un ottimo supporto al nostro organismo quando la patologia è già presente. Questo però solo se è davvero valido e se il suo potere salutistico è stato scientificamente convalidato. Le aziende dovrebbero capire che anche se la Legge non richiede lo stesso iter della messa in commercio di un farmaco, produrre dei prodotti dal forte potere salutistico è un plus non solo per l’economia dell’azienda produttrice, ma soprattutto per la salute dei pazienti.»

Tradizionalmente le aziende si affidano a test mirati su singoli parametri o marker. In che cosa l’approccio metabolomico globale che utilizzate, capace di mappare centinaia di metaboliti in un solo studio, cambia il modo di valutare un integratore rispetto alle analisi classiche?

«L’analisi metabolomica è tecnica che fornisce una fotografia dettagliata di quello che avviene in una cellula o in un organismo quando entra in contatto con un integratore. L’approccio che utilizziamo, ossia la Risonanza Magnetica Nucleare, permette di identificare una vasta gamma di metaboliti in maniera altamente riproducibile, e l’analisi non mirata ci fornisce una visione dettagliata, senza applicare filtri; quindi con un unico test è possibile osservare tutto ciò che cambia in una cellula e validare l’effetto dell’integratore con il vantaggio ulteriore di poter scoprire qualcosa di inaspettato.»

La normativa permette di lanciare integratori sul mercato senza passare da studi clinici rigorosi, a differenza dei farmaci. In un quadro regolatorio così, quale ruolo può avere una validazione omica come la vostra e quali rischi si corrono quando questa mancanza di evidenze viene sottovalutata?

«Come dicevo precedentemente, la legge non richiede la messa in commercio sul mercato di integratori supportati da studi clinici e pre-clinici, ma fortunatamente sempre più aziende stanno comprendendo che un integratore è un prodotto dall’alto valore salutistico che va validato scientificamente. La validazione omica permette alle aziende di sfruttare una tecnica all’avanguardia, con infinite potenzialità, altamente affidabile e di risparmiare sul costo, ma allo stesso tempo di ricevere innumerevoli informazioni. Mettere in commercio un integratore così validato ci protegge dal rischio di avere prodotti sul mercato inutili per la nostra salute e di svalutare il potere della PREVENZIONE e tutti i benefici che ne derivano se questa viene effettuata da ognuno di noi.»

Spesso si parla di “medicina personalizzata”, ma per molti resta un concetto poco definito. In termini concreti, come un singolo studio di metabolomica può avvicinare gli integratori a un utilizzo più personalizzato e basato sui dati, invece che su indicazioni generiche da etichetta?

«Partiamo dal presupposto che ognuno di noi risponde ad uno stimolo in maniera diversa, questo accade anche con gli integratori. L’assunzione di un integratore non genera sempre lo stesso effetto; valutare, mediante metabolomica, i fluidi biologici di coloro che hanno assunto un determinato integratore permette di comprendere se e quale beneficio quel nutraceutico sta apportando all’organismo e di correggere in modo mirato e personalizzato le eventuali carenze. Le indicazioni di etichetta sono importanti, ma è fondamentale ricordare che esiste una risposta diversa in ogni organismo e questa risposta può essere monitorata con facilità mediante la Metabolomica NMR.»

Nei vostri studi vi è già capitato di scoprire effetti inattesi di un integratore, diversi da quelli dichiarati a livello commerciale. Che cosa ci dicono questi risultati, secondo lei, sui limiti dell’attuale modo di sviluppare e raccontare i prodotti nutraceutici?

«Nei nostri studi ci è capitato di capire che un prodotto nutraceutico, o una matrice agroalimentare, spesso una matrice di scarto, potesse avere potenzialità che andassero oltre le aspettative o le conoscenze riportate in etichetta. Osservare qualcosa in maniera superficiale, senza andare in profondità, come al contrario è possibile fare con l’approccio metabolomico, permette di vedere solo la punta dell’icerberg. Quello che può far emergere la metabolomica è una fotografia molto più dettagliata di quanto ci si aspetti, con la potenzialità di ampliare le applicazioni terapeutiche di un singolo prodotto.»

Avete scelto la risonanza magnetica nucleare come piattaforma per la metabolomica perché è una tecnica non distruttiva, quantitativa e altamente riproducibile. Può spiegare, con parole semplici, cosa significa in pratica per un’azienda che vuole capire davvero come agisce il proprio integratore sull’organismo?

«La Risonanza Magnetica Nucleare ha numerose potenzialità nell’ambito della nutraceutica e della clinica in generale. Avere risultati altamente riproducibili rafforza il dato e rende un’azienda sicura del messaggio che veicola. Inoltre, è una tecnica che permette di quantificare i metaboliti presenti e quindi di avere delle indicazioni di facile comprensione e, soprattutto, non è una tecnica distruttiva; pertanto, il campione può essere riutilizzato per altre analisi, abbattendo i costi. Ovviamente non esiste una tecnica perfetta nella ricerca scientifica, l’NMR ad esempio, rispetto alla spettrometria di Massa, è meno sensibile; l’idea di Met4Health è quella di sfruttare l’intero ambiente accademico e le collaborazioni scientifiche per arricchire la validazione scientifica laddove fosse necessario.»

Una parte importante del vostro lavoro è dialogare con aziende molto diverse tra loro, alcune entusiaste della validazione, altre più scettiche o timorose di “mettere alla prova” i propri prodotti. Qual è la difficoltà più grande che incontrate nel far comprendere il valore e anche le possibili conseguenze di uno studio di questo tipo?

«La difficoltà più grande è far comprendere alle aziende il perché doverlo fare nonostante non ci siano leggi che lo impongono. Credo che le aziende dovrebbero abbandonare la paura di esplorare i propri prodotti allontanandosi dalla loro comfort zone in quanto la ricerca scientifica è solo un valore aggiunto da sfruttare e non da temere.»

Guardando alla sua esperienza con Met4Health, quale messaggio si sentirebbe di dare oggi a un’azienda nutraceutica che è indecisa se investire o meno in una vera validazione scientifica dei propri integratori? E qual è l’errore più pericoloso che la inviterebbe a evitare?

«Li proverei a convincere con una domanda: chiedendo loro come scegliere un prodotto da acquistare. L’obiettivo è fidelizzare il cliente, che in questo caso è un paziente o un soggetto interessato alla prevenzione. Avere un prodotto scientificamente validato, quindi sicuro ed efficace, permette a chi lo acquista di fidarsi del brand e di riacquistarlo, poiché riscontra benefici dopo l’assunzione. Mettere in commercio un prodotto non validato semplicemente fa perdere fiducia nel consumatore e, pertanto, nessun beneficio, nessun acquisto da parte del consumatore, nessun guadagno da parte dell’azienda; oltre che la cosa più importante: “la salute è un bene che va preservato sempre”.»

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