La sicurezza personale è diventata uno dei temi più sensibili della vita quotidiana. Non riguarda più soltanto l’emergenza, ma la percezione di vulnerabilità che può accompagnare una persona mentre torna a casa, viaggia, attraversa una strada poco frequentata, vive una situazione di disagio o teme di non riuscire a chiedere aiuto in tempo. RECALL nasce dentro questo spazio, una startup tecnologica innovativa che ha sviluppato un’app dedicata alla sicurezza personale, pensata per connettere l’utente con una rete di persone fidate. Abbiamo chiesto a Monica Magnoni, socia fondatrice di RECALL di parlarci di questo progetto che si muove tra tecnologia, prevenzione e responsabilità sociale.
Monica Magnoni, grazie per questa intervista, inizio con il chiederti qual è il tuo percorso e cosa ti ha portato, insieme ai tuoi soci, all’idea di costruire una start-up?
«Sono una consulente in marketing e innovazione e lavoro da sempre all’intersezione tra tecnologia e persone. Il mio percorso è stato un viaggio guidato da una domanda costante: come può l’innovazione generare valore reale? Dopo aver esplorato le potenzialità delle tecnologie immersive con la mia prima startup, ho maturato una convinzione molto chiara ovvero che la tecnologia non deve solo raccontare o intrattenere, deve risolvere problemi concreti. C’è sempre stato un filo conduttore nel mio lavoro: la tecnologia deve servire le persone, non sostituirle.
Recall nasce da questa visione, ma anche da una storia molto concreta. Il nostro CEO, Marcello Di Donato, ha vissuto in prima persona un episodio di violenza che lo ha profondamente segnato.
Da lì è nata una domanda semplice, ma potente: perché non esiste uno strumento immediato per chiedere aiuto, senza dover parlare, senza dover spiegare, senza dover fare nulla di complesso?
Attorno a questa intuizione è nata Recall.Quando ho incontrato il progetto, ho riconosciuto subito qualcosa di raro: un bisogno reale e una risposta concreta. Ma soprattutto, la possibilità di lavorare su un vuoto che tutti, in qualche modo, percepiamo: quello spazio in cui ci si sente vulnerabili e, spesso, soli. Recall nasce per colmare proprio quel vuoto. Per trasformare un momento di fragilità in una connessione immediata.»
Quando avete maturato l’idea che il tema della sicurezza personale poteva diventare un progetto tecnologico e imprenditoriale?
«Quando abbiamo capito che il problema non era la mancanza di tecnologia, ma la mancanza di tecnologia giusta. Esistono sistemi di allarme, telecamere, app di tracking ma quasi nessuno aveva progettato uno strumento pensato per il momento esatto in cui non puoi chiedere aiuto ad alta voce. Quel momento in cui chiami il 112 è già troppo tardi, o impossibile.
I dati ci danno purtroppo conferma: negli ultimi cinque anni in Italia oltre 8 milioni di casi tra abusi, violenze e stalking, oltre 2 milioni i giovani vittime di bullismo. Situazioni in cui il sistema tradizionale di emergenza non basta. Lì abbiamo capito che c’era non solo un bisogno sociale, ma un mercato vero, con una domanda reale e crescente.»
Negli ultimi anni il tema della sicurezza personale però è cambiato molto: si parla di violenza, stalking, bullismo, fragilità degli anziani, rientri serali, sicurezza urbana, spostamenti quotidiani. Dal vostro punto di osservazione, qual è il cambiamento più rilevante?
«Il cambiamento più rilevante è il passaggio dalla sicurezza come “evento” alla sicurezza come “percezione”. La sicurezza non è più percepita come un problema straordinario, non riguarda solo le situazioni di emergenza conclamata. Riguarda la ragazza che rientra a casa la sera, il ragazzo che subisce pressioni sui social, l’anziano che vive solo, il lavoratore che si sposta in orari difficili.
La sicurezza è diventata una questione di percezione quotidiana. E questo allarga completamente il perimetro. Non parliamo più solo di intervento, ma di prevenzione, accompagnamento, rassicurazione.
La sicurezza è diventata un tema di qualità della vita e di libertà individuale. Questo cambiamento è culturale prima che statistico. La percezione di vulnerabilità si è diffusa trasversalmente, e con essa è cresciuta la domanda di strumenti che non aspettino l’emergenza ma la prevengano. Recall nasce esattamente per colmare anche questo spazio.»
Oggi la sicurezza personale è ancora vista come una responsabilità individuale, oppure sta diventando una responsabilità condivisa tra persone, aziende, scuole, famiglie e istituzioni?
«Assolutamente una responsabilità condivisa. Ed è il cambiamento più importante che stiamo osservando. Per troppo tempo la sicurezza personale è stata trattata come un fatto individuale:
fai attenzione, non uscire tardi, evita certi luoghi. Un approccio che, oltre a non funzionare davvero, scarica sulla persona più vulnerabile il peso di proteggersi.
Il modello di Recall parte da una premessa opposta: la sicurezza è una pratica collettiva. I Recaller (le persone che scegli come tua rete di protezione) non sono un sistema automatico.
Sono persone reali, che si attivano perché tengono a te. È un atto di comunità, non di tecnologia. E questo allarga completamente il perimetro: la sicurezza diventa un tema che coinvolge persone, aziende, scuole, comunità. Tutti attori che stanno iniziando a riconoscere che la protezione delle persone è un valore condiviso. In Recall parliamo di “sicurezza partecipata”: un modello in cui la tecnologia abilita la comunità – famiglia, amici, colleghi – a prendersi cura dei propri membri. È un vero cambio di paradigma. Perché la sicurezza smette di essere solo difesa individuale
e diventa un atto di solidarietà. E, in fondo, di cittadinanza attiva.»
In un momento in cui molte startup puntano sull’intelligenza artificiale o sull’automazione, voi avete scelto di mettere al centro la relazione umana. È una scelta tecnologica, culturale o entrambe?
«Entrambe. È culturale, perché nasce da una visione: la sicurezza non è solo controllo, è relazione. Ma è anche tecnologica, perché serve progettare strumenti che rendano queste relazioni attivabili in modo semplice e immediato. Noi non abbiamo messo la tecnologia al centro. Abbiamo messo le persone. E abbiamo usato la tecnologia per connetterle nel momento giusto. La nostra tecnologia è progettata per essere un “ponte” invisibile che attiva la presenza umana. Avremmo potuto costruire un sistema completamente automatizzato: algoritmi che rilevano il pericolo, alert che si attivano da soli, intelligenza artificiale che interpreta il contesto. Tecnicamente sarebbe fattibile. Abbiamo scelto diversamente perché nei momenti di pericolo reale quello che fa la differenza non è un sistema impersonale. È sapere che c’è qualcuno che ti conosce, che riconosce la tua voce, che capisce dal contesto cosa sta succedendo. L’AI amplifica molte cose ma non può sostituire la fiducia. E la sicurezza, nella sua forma più profonda, è una questione di fiducia.»
Come immaginate il settore della sicurezza personale digitale tra cinque anni? Sarà più legato alle app, ai wearable device, al welfare aziendale, alle assicurazioni, alle scuole o ai servizi pubblici?
«Non sarà legato a uno solo di questi ambiti. Sarà tutto questo insieme e la sfida vera sarà far parlare questi mondi tra loro. Le app rimarranno il punto di accesso più immediato ma si evolveranno verso piattaforme integrate. I wearable saranno il passo naturale successivo: portare la sicurezza fuori dallo smartphone, renderla ancora più discreta, ancora più immediata ed è già nella nostra roadmap. Un dispositivo che attivi la protezione senza nemmeno tirare fuori il telefono cambia completamente la praticabilità in situazioni di rischio reale.
Il welfare aziendale è oggi la nostra leva principale di crescita B2B, e continuerà a esserlo ma diventerà sempre più parte di un ecosistema più ampio che include le assicurazioni. Immagino prodotti assicurativi che integrano la sicurezza personale attiva come benefit, non solo come copertura post-evento. Non ti rimborso il danno, ti aiuto a prevenirlo.
Le scuole sono un fronte su cui credo molto, specialmente per il tema del bullismo e della vulnerabilità degli adolescenti. E i servizi pubblici – comuni, trasporti, sanità – prima o poi dovranno fare i conti con il fatto che la sicurezza percepita è un problema di welfare collettivo, non solo individuale.
Tra cinque anni il settore più maturo sarà quello che avrà smesso di pensare alla sicurezza come a un prodotto verticale e l’avrà integrata come infrastruttura della vita quotidiana. Recall vuole essere parte di quella infrastruttura. Immaginiamo un mondo in cui la sicurezza sia un’utility, come l’elettricità o l’acqua: un servizio sempre disponibile, silenzioso e accessibile a tutti, che lavora in background per garantire la libertà di movimento e la serenità delle persone.»
Molte soluzioni di sicurezza si concentrano sull’allarme o sull’intervento successivo. RECALL sembra lavorare anche su un livello precedente: far sapere a qualcuno che ci si sente vulnerabili prima che la situazione precipiti. È corretto?
«Assolutamente sì. Ed è il cuore della nostra funzione “Stammi Vicino”. La maggior parte dei sistemi interviene quando qualcosa è già successo. Noi abbiamo scelto di intervenire prima, nel momento in cui nasce il disagio. In quello spazio in cui una persona non è ancora in pericolo, ma non si sente completamente al sicuro. “Stammi Vicino” non è un allarme. È una condivisione. Permette di attivare la geolocalizzazione in tempo reale verso la propria rete di fiducia, anche solo quando qualcosa non convince, quando si percepisce una situazione ambigua, o semplicemente quando si desidera che qualcuno sappia dove siamo. Non c’è un pericolo dichiarato. C’è una soglia di attenzione condivisa. Ed è proprio questo che cambia la logica. Perché intervenire in anticipo significa ridurre drasticamente la probabilità che una situazione di vulnerabilità si trasformi in un’emergenza reale.»
RECALL permette di selezionare fino a cinque contatti fidati. Perché avete scelto questo modello basato sui Recaller e non un sistema impersonale di alert generico?
«Perché la fiducia non è scalabile algoritmicamente. Sapere che dall’altra parte ci sono persone che ti conoscono, che capiscono il tuo contesto e che tengono davvero a te, cambia completamente la reazione psicologica nei momenti di stress. Abbiamo scelto un modello basato sui Recaller proprio per questo. Cinque contatti è un equilibrio preciso, sufficienti per garantire che almeno uno sia disponibile, ma non così tanti da diluire la responsabilità. Un sistema impersonale può attivare un intervento, ma non può offrire quel livello di comprensione, vicinanza e supporto emotivo che solo una relazione reale può dare. I Recaller sono persone che scegli tu, che puoi modificare nel tempo e che conoscono il tuo contesto di vita. Quando attivi Recall ricevono la tua posizione in tempo reale e, in modalità “Aiutami”, anche registrazioni audio criptate che possono avere valore anche in sede legale. Non è un allarme nel vuoto. È una rete che si attiva. E lo fa con intelligenza umana, prima ancora che tecnologica.»
RECALL guarda anche al welfare aziendale. Che ruolo può avere un’app di sicurezza personale dentro le politiche di welfare, people care e responsabilità sociale delle imprese?
«Un ruolo molto concreto. Direi centrale e strategico. La sicurezza personale sta diventando uno dei nuovi pilastri del People Care. Per un’azienda offrire Recall significa mandare un messaggio molto preciso: ci prendiamo cura di voi, non solo quando siete in ufficio, ma anche nella vostra vita quotidiana. E non è teoria, lo stiamo già vedendo nelle aziende che ci hanno scelto. Integrare Recall nel welfare non è un gesto simbolico. È una presa di posizione. E questo ha un impatto diretto su fidelizzazione, reputazione, attrattività verso i talenti oltre che rafforzare il posizionamento dell’azienda come employer responsabile.
C’è poi una dimensione ESG che non va sottovalutata. Un’azienda che adotta Recall non si limita a rispettare le normative ma contribuisce a fare cultura della sicurezza. Parliamo di inclusione, di parità di genere perché riduce il gap di libertà di movimento e di benessere psicofisico. In questo senso il welfare evolve. Da servizio accessorio a vera tutela del capitale umano. E in un mercato in cui le persone scelgono anche in base ai valori, questo fa la differenza.»
Che consiglio dareste a chi oggi vuole costruire una startup su un bisogno reale delle persone, evitando di inseguire solo la moda tecnologica del momento?
«Partire dal problema, non dalla soluzione. Sembra ovvio, ma oggi non lo è, soprattutto in un momento in cui è facile innamorarsi di una tecnologia e poi cercare un problema a cui applicarla.
La verità è che la tecnologia cambia continuamente. I bisogni profondi, molto meno. Recall è nata esattamente al contrario: da un’esperienza reale, da una domanda urgente, da dati che confermavano che quel bisogno era diffuso. La tecnologia è arrivata dopo, come risposta.
Non come punto di partenza. E questo si percepisce, sia nel prodotto che nel modo in cui le persone lo accolgono. Poi c’è un altro elemento fondamentale: stare sul campo. Testare, ascoltare, confrontarsi con le persone, capire i loro timori reali. Non costruire per le persone, ma costruire con le persone. Perché le idee funzionano davvero solo quando si radicano nella realtà.»
Che cosa dobbiamo aspettarci da RECALL nei prossimi mesi?
«Una crescita su più livelli. Da un lato, lo sviluppo del prodotto, con funzionalità sempre più integrate, intuitive e semplici da usare. Stiamo lavorando a nuove evoluzioni, come una centrale operativa attiva h24, integrazioni con wearable e servizi on demand, per rendere l’esperienza ancora più completa. Dall’altro, l’espansione delle collaborazioni: aziende, associazioni, istituzioni, scuole.
E parallelamente, una ricerca attiva di investitori che non cerchino solo un ritorno economico, ma vogliano contribuire a un progetto che risponde a un bisogno reale, diffuso, concreto. Il nostro obiettivo è molto chiaro. Non essere semplicemente un’app, ma diventare parte di un ecosistema che lavora sulla sicurezza come prevenzione.
E, nel tempo, far sì che Recall diventi qualcosa di più di un prodotto. Che diventi un riferimento, un sinonimo di libertà: la libertà di vivere ogni momento della giornata senza paura e che le persone, nel momento del bisogno, non si sentano mai più sole.»