Intervista di Stefano Giappichini, FlorenTech: “Nel campo della sicurezza sarà sempre più centrale il ruolo dei droni”

Stefano Giappichini

Stefano Giappichini ha costruito il suo percorso attraversando mondi molto diversi tra loro: dall’esperienza nell’Arma dei Carabinieri ai quasi vent’anni trascorsi nella gestione dell’agriturismo di famiglia, fino al settore della vigilanza armata, dove ha ricoperto il ruolo di area manager.

Un percorso lavorativo sicuramente non convenzionale, che a prima vista potrebbe sembrare frammentato, ma che in realtà racconta una continuità precisa. Gli abbiamo chiesto come è arrivato fino a qui e cosa lo ha spinto a portare la sua esperienza nel mondo dei droni, trasformandola in un lavoro di sicurezza avanzata.

Stefano, il suo percorso parte dall’Arma dei Carabinieri, passa per quasi vent’anni nella gestione dell’agriturismo di famiglia e poi attraverso il mondo della vigilanza armata come area manager. È una traiettoria tutt’altro che convenzionale. C’è un filo che collega tutte queste esperienze o ad un certo punto ha semplicemente scelto di cambiare rotta?

«Il filo c’è, ed è chiarissimo guardando indietro: la responsabilità. Nell’Arma dei Carabinieri, dove ho svolto il servizio militare, impari che ogni decisione ha conseguenze reali su persone reali. Un legame che non si è mai spezzato: dal 2014 faccio parte del Nucleo 181° Pegaso di Firenze – Carabinieri in congedo e simpatizzanti – impegnato nella protezione civile e nel volontariato. Un’appartenenza che sento profondamente, e che nel 2016 mi ha portato a istituire al suo interno un gruppo droni, uno dei primi in assoluto nel panorama civile fiorentino. Nell’agriturismo di famiglia ho imparato a gestire una struttura complessa con risorse limitate, a portare avanti tutto con le proprie mani. Nella vigilanza armata, come area manager, ho capito che la sicurezza non è mai un prodotto, è un processo. Quando ho conosciuto i droni, ho visto immediatamente lo strumento giusto per fare tutto questo meglio: più velocemente, più efficacemente, con meno rischio umano. Non ho cambiato rotta. Ho trovato la destinazione».

A Firenze nel 2016 è stato tra i primi a ottenere il brevetto per i droni in ambito civile. In quel momento il settore era ancora agli inizi. Cosa l’ha convinta che quella tecnologia avrebbe cambiato il modo di fare sicurezza e cosa vedeva allora che gli altri ancora non vedevano?

«Vedevo che la sicurezza stava diventando un problema di scala. Un operatore umano può monitorare un perimetro, ma non può essere ovunque contemporaneamente. Il drone sì. Nel 2016 il settore era ancora ai box, la normativa era embrionale, le aziende guardavano questi dispositivi come giocattoli. Io vedevo strumenti di lavoro. Vedevo flotte autonome, control room remote, interventi programmati e reattivi. Vedevo quello che FlorenTech è oggi: un sistema, non un gadget».

Il settore della sicurezza privata in Italia sta cambiando rapidamente, con tecnologie che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza. Com’è cambiato il modo in cui aziende e privati percepiscono e richiedono protezione? C’è più consapevolezza oggi rispetto a dieci anni fa?

«Sì, ma è una consapevolezza ancora a metà. Le grandi aziende e le infrastrutture critiche hanno capito che la tecnologia non è un optional, è una necessità competitiva. I privati meno. Il salto culturale che manca è smettere di pensare alla sicurezza come a un costo da minimizzare e iniziare a vederla come un investimento strategico. Chi arriva a FlorenTech con quella mentalità, ottiene risultati. Chi viene ancora a chiedere “quanto costa una guardia in meno”, spesso non è ancora pronto».

I droni civili in Italia operano in un contesto normativo complesso, tra regolamentazione ENAC ed europea EASA. Qual è la sfida più grande che chi lavora in questo settore affronta oggi sul piano operativo e burocratico? E quanto questa burocrazia frena l’innovazione rispetto ad altri paesi europei?

«La normativa EASA ha rappresentato un passo avanti enorme per l’armonizzazione europea, ma l’applicazione concreta in Italia, attraverso ENAC è ancora frammentata. Le operazioni BVLOS, quelle oltre la linea visiva del pilota, che sono il cuore del modello FlorenTech, richiedono autorizzazioni specifiche, processi SORA complessi, coordinamento con gli enti del traffico aereo. Tutto questo è gestibile, ma richiede competenze specialistiche che la maggior parte degli operatori non ha. In Germania, in Francia, in UK, le procedure sono più snelle. L’Italia ha talento e infrastrutture, ma la burocrazia continua a frenare chi vuole correre».

C’è un aspetto dei sistemi di sicurezza con droni che il grande pubblico e spesso anche le aziende non conosce o sottovaluta? Qualcosa che cambierebbe il modo in cui si guarda a questi strumenti se fosse più noto?

«Sì: l’autonomia. Quando si pensa a un drone di sicurezza, si immagina ancora un operatore con un radiocomando. La realtà è diversa. I sistemi che utilizziamo operano in modalità autonoma, decollano da postazioni fisse come il DJI Dock 3, seguono missioni pre-programmate, trasmettono in tempo reale alla control room, e rientrano in base senza intervento umano. L’operatore in control room non pilota: analizza, valuta, decide se scalare. Questo cambia tutto: tempi di risposta, copertura, continuità operativa. È un cambio di paradigma che ancora non è entrato nell’immaginario collettivo».

Droni e control room nella sicurezza civile sollevano questioni delicate: privacy, sorveglianza, confini etici dell’uso della tecnologia. Chi decide dove si traccia il confine tra sicurezza e controllo? E chi dovrebbe farlo?

«È una domanda che mi pongo ogni giorno, e la rispondo con una scelta di campo precisa. FlorenTech non fa sorveglianza: fa telemonitoraggio. La differenza non è semantica, è sostanziale. I nostri sistemi rilevano anomalie, documentano eventi, allertano il cliente. L’intervento fisico è sempre delegato alla sicurezza privata del cliente o alle forze dell’ordine. Noi vediamo, segnaliamo, tracciamo. Non interveniamo. Questo perimetro lo decidiamo noi, con chiarezza, fin dal primo contratto. Il confine tra sicurezza e controllo lo tracci ogni giorno con le scelte operative, non solo con le parole».

Dopo anni nel settore della sicurezza tradizionale e poi in quello tecnologico, qual è la lezione più importante che ha imparato quella che non avrebbe potuto trovare in nessun manuale?

«Che la fiducia è l’unico asset che non si compra. In tutti i settori in cui ho lavorato, dall’Arma all’agriturismo, dalla vigilanza ai droni, la variabile che ha sempre fatto la differenza non era la tecnologia, non era il budget. Era se le persone davanti a te si fidavano di te. Costruire quella fiducia richiede tempo, coerenza e la disponibilità a dire di no quando qualcosa non è giusto. FlorenTech è costruita su questo principio. Prima viene l’integrità, poi viene il business».

Abbiamo parlato dei limiti burocratici e delle questioni etiche legate alla sorveglianza. In concreto, quando un’azienda decide di integrare droni e tecnologia remota nella propria sicurezza, cosa cambia rispetto a un modello tradizionale basato sul presidio umano?

«Cambia la geometria della sicurezza. Un presidio umano è un punto fisso: efficace dove si trova, cieco altrove. Un sistema integrato con droni e control room è una rete: copre aree vaste, reagisce in pochi minuti, non si stanca, non si distrae. Un operatore in control room supervisiona in simultanea più siti, con visione aerea in tempo reale. I costi si abbattono, la copertura aumenta, la documentazione degli eventi è automatica. Non si tratta di sostituire le persone: si tratta di metterle dove contano davvero, amplificandone le capacità».

C’è un intervento o un progetto in cui il sistema può fare la differenza per un cliente, per un sito, per una situazione che con i metodi tradizionali sarebbe stata gestita diversamente?

«FlorenTech è una realtà giovane e ambiziosa, ancora in fase di sviluppo operativo. Ma il progetto che rappresenta meglio il potenziale del modello e che mi sta più a cuore è il corridoio di logistica medica tra due Ospedali nei Comuni di Bagno a Ripoli e Firenze: Ponte a Niccheri e Careggi, circa 8-10 km di percorso BVLOS per il trasporto urgente di materiale biologico e farmaci. È un progetto in via di studio e sviluppo con le Istituzioni competenti: un percorso fatto di dialogo, autorizzazioni, validazioni tecniche e normative. Lungo, certo. Ma necessario, perché quando un sistema del genere entrerà in operatività, la tecnologia smetterà di essere tecnologia e diventerà servizio essenziale. In quel contesto la velocità non è un vantaggio competitivo: è una questione di vite umane. E questo vale ogni ora di lavoro investita oggi per costruirlo nel modo giusto».

Se dovesse dare un consiglio a un responsabile della sicurezza di un’azienda o di un’infrastruttura che sta valutando di integrare tecnologie avanzate nei propri sistemi, da dove gli direbbe di partire?

«Da una domanda onesta: cosa non vedo? Ogni sistema di sicurezza ha punti ciechi. Aree non coperte, finestre temporali, scenari non gestiti. Prima di valutare qualsiasi tecnologia, mappa le tue vulnerabilità reali. Poi vieni a parlare con noi. Non vendiamo droni. Offriamo un servizio continuativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7, costruito attorno alle esigenze specifiche del tuo sito. Il punto di partenza è sempre la consapevolezza del problema. La soluzione viene dopo».

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