Tommaso Pedrana ha iniziato a mettere in discussione il modo in cui ci informiamo quando era ancora uno studente universitario, nel pieno della pandemia. A 23 anni, mentre molti suoi coetanei usano i social solo per passare il tempo, lui sta costruendo una piattaforma che prova a risolvere uno dei problemi più complessi del nostro tempo: la disinformazione online. In mezzo: l’esperienza di dipendenza dai social, un anno passato completamente offline e la decisione di fondare No Fake News, un social dedicato solo all’informazione. Gli abbiamo chiesto come ci è arrivato e dove pensa che stia andando il futuro delle notizie.
1. Tommaso, a 23 anni molti suoi coetanei stanno ancora cercando la loro strada. Lei sembra averla trovata piuttosto in fretta. Al di là della startup cosa lo appassiona, cosa la spinge ad alzarsi la mattina e affrontare una sfida che in pochi della sua età si assumerebbero?
«Quello che mi appassiona è la volontà di provare a cambiare, anche nel mio piccolo, il mondo in cui viviamo. Sono uno studente dell’Università Bicocca di Milano e ho sempre avuto una forte passione per l’economia e la storia, ambiti che credo abbiano contribuito alla nascita del progetto, aiutandomi a leggere meglio il contesto in cui ci muoviamo. Inoltre, sono stato un nuotatore agonistico, un’esperienza che mi ha insegnato molto in termini di disciplina e costanza. Quello che mi motiva è quindi la sensazione di lavorare su qualcosa che può avere un impatto reale: non è solo costruire una startup, ma cercare di risolvere un problema concreto. Stiamo attraversando un periodo di trasformazioni molto rapide e spesso le persone si sentono disorientate. Proprio per questo trovo estremamente stimolante sviluppare un servizio che possa essere davvero utile, andando incontro alle esigenze delle persone nel modo in cui oggi vivono l’informazione, cioè attraverso i social. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale costruire qualcosa che aiuti un settore come quello editoriale, estremamente fondamentale e necessario, che oggi si trova in una fase di grande difficoltà. Sono convinto che tecnologie come l’intelligenza artificiale e i social network possano essere utilizzate anche in modo positivo e costruttivo. Questo è esattamente l’obiettivo che stiamo perseguendo.»
2. La maggior parte dei ventenni nel 2024 usa i social per guardare video e seguire amici. Lei li studia, li critica e sta costruendo un’alternativa. Da dove viene questa prospettiva così diversa? C’è stata un’esperienza, una persona, un momento che l’ha cambiata?
«Sì, c’è stata un’esperienza diretta. Tutto è iniziato durante il periodo del Covid, quando mi sono reso conto di quanto queste piattaforme avessero creato una sorta di dipendenza su di me. Per questo motivo ho deciso di cancellare tutti i miei profili social. Dopo circa un anno di assenza, però, mi sono accorto di quanto queste piattaforme fossero diventate centrali anche per informarsi. Quando ho ricominciato a usarle, ho notato subito i loro limiti: tanta quantità di contenuti, ma poca chiarezza e affidabilità. Da lì ho iniziato a farmi le prime domande. Confrontandomi con altre persone e approfondendo il tema, ho capito che non si trattava di una percezione personale, ma di un problema reale e molto diffuso oggi. A quel punto, l’idea di costruire un social network incentrato sull’informazione è nata in modo naturale.»
3. Il COVID ha cambiato il rapporto di milioni di persone con l’informazione. Ma la disinformazione esisteva già prima. Perché secondo lei proprio quella fase storica ha fatto esplodere il problema in modo così evidente?
«Durante il COVID l’informazione è diventata centrale nella vita delle persone. Tutti cercavano risposte, ma allo stesso tempo sono aumentate in modo esponenziale le fonti e i contenuti, spesso senza controllo. Questo ha reso evidente un problema che già esisteva, ma che prima era meno percepito.»
4. I giornali perdono copie, i giovani si informano sui social ma non si fidano di quello che leggono. Come è arrivati a questo paradosso? E chi è il vero responsabile: le piattaforme, le testate giornalistiche o qualcos’altro?
«Non credo ci sia un vero e proprio responsabile, ma piuttosto una conseguenza di più fattori che si sono evoluti insieme. Con l’avvento delle nuove tecnologie, le nuove generazioni hanno cambiato completamente il modo di informarsi. Allo stesso tempo, le piattaforme premiano i contenuti più virali, spingendo inevitabilmente in quella direzione. Di conseguenza, anche le testate hanno dovuto adattarsi a un pubblico con abitudini diverse, cercando di stare al passo con queste dinamiche. Questo ha portato a un sistema in cui c’è un’enorme quantità di contenuti, ma spesso è difficile capire di cosa ci si possa davvero fidare. NFN nasce proprio per intervenire su questo punto: riportare al centro il lavoro di testate, agenzie stampa e divulgatori, valorizzandone l’affidabilità e aiutando gli utenti a orientarsi meglio nell’informazione.»
5. La crisi dell’editoria tradizionale è un tema che si discute da anni, ma sembra che nessuno abbia ancora trovato una soluzione sostenibile. Qual è secondo lei la sfida più grande che il settore dell’informazione deve affrontare oggi? È un problema di modello di business, di fiducia o di tecnologia?
«Credo che non sia un singolo problema, ma una combinazione di fattori. Tecnologia e contenuti oggi non mancano: il vero nodo è la fiducia. Negli ultimi anni il modello delle piattaforme ha spinto sempre di più verso la viralità, premiando ciò che genera attenzione immediata piuttosto che ciò che genera valore nel tempo. Questo ha inevitabilmente impattato anche il modo in cui le testate producono e distribuiscono contenuti. Il risultato è un paradosso: le persone si informano sempre di più, ma si fidano sempre meno di quello che leggono. Per questo, più che reinventare solo il modello di business o puntare esclusivamente sulla tecnologia, la sfida oggi è ricostruire un’infrastruttura di fiducia, creando strumenti che aiutino le persone a orientarsi meglio e valorizzino i contenuti affidabili.»
6. C’è un aspetto della disinformazione online che il grande pubblico sottovaluta o non conosce abbastanza? Qualcosa che, se fosse più noto, cambierebbe il modo in cui le persone si approcciano alle notizie che leggono ogni giorno?
«Credo che oggi uno degli aspetti più sottovalutati sia la difficoltà nel distinguere i fatti dalle opinioni personali. In questo momento storico le persone fanno sempre più fatica a capire cosa sia una notizia verificata e cosa invece sia un’interpretazione. È un tema di cui ha parlato molto bene anche Massimo Nava, editorialista del Corriere della Sera e advisor del progetto, con cui ho avuto modo di confrontarmi più volte. La linea tra informazione e opinione si è progressivamente assottigliata, soprattutto sui social, dove tutto convive nello stesso flusso. Può sembrare un problema secondario, ma in realtà è alla base di molti fraintendimenti. Quando non si riesce più a distinguere chiaramente tra fatti e opinioni, diventa inevitabilmente più difficile orientarsi e costruire un giudizio consapevole.»
7. No Fake News separa le notizie verificate dalle opinioni personali, creando due sezioni distinte. È una scelta editoriale precisa in un’epoca in cui la linea tra giornalismo e opinione è sempre più sfumata. Secondo lei, come siamo arrivati a confondere le due cose? E cosa dovrebbe cambiare nel modo in cui i social gestiscono l’informazione?
«Credo che la confusione tra giornalismo e opinione sia nata in modo progressivo, soprattutto con l’evoluzione dei social. Le piattaforme hanno semplificato e accelerato la distribuzione dei contenuti, ma allo stesso tempo hanno messo tutto sullo stesso piano: una notizia verificata, un commento personale o un’interpretazione finiscono nello stesso flusso, senza distinzione. Questo ha portato le persone a perdere dei riferimenti chiari. Non è tanto un problema di mancanza di contenuti di qualità, ma di contesto: spesso manca un sistema che aiuti a capire cosa si sta leggendo. Per questo su NFN abbiamo scelto di separare in modo netto le notizie dalle opinioni. Non è una scelta solo editoriale, ma strutturale: serve a restituire chiarezza all’utente. Quello che dovrebbe cambiare, a mio avviso, è proprio questo approccio. I social dovrebbero introdurre strumenti che diano più contesto ai contenuti, aiutando le persone a distinguere tra informazione e interpretazione, invece di trattarli come equivalenti.»
8. Lei ha fondato NFN a 22 anni con un team piccolo e un’idea molto ambiziosa. Cosa ha dovuto imparare in fretta che nessun corso universitario le aveva insegnato?
«Credo che l’università dia delle basi importanti, ma ci sono aspetti che si imparano solo facendo. Se dovessi dare un consiglio, direi che il primo è non sottovalutare quanto sia importante la costanza. Portare avanti un progetto, soprattutto all’inizio, richiede continuità e la capacità di andare avanti anche quando le cose non sono chiare o non funzionano come previsto. Un altro aspetto è la capacità di adattarsi. Nel concreto ci si trova spesso ad affrontare situazioni nuove, anche molto diverse tra loro, e bisogna essere pronti a cambiare approccio rapidamente. Infine, credo sia fondamentale mantenere sempre un atteggiamento curioso: avere voglia di capire, di imparare e di mettersi in discussione. È questo che, nel tempo, fa davvero la differenza.»
9. Abbiamo parlato della crisi dell’editoria e della sfiducia nei confronti dei social. In concreto, come funziona NFN? Come si differenzia da un aggregatore di notizie tradizionale o da un social network già esistente?
«NFN funziona in modo diverso sia dagli aggregatori tradizionali sia dai social network. A differenza degli aggregatori, non siamo noi a selezionare gli articoli da mostrare. Non c’è un filtro che decide cosa l’utente deve vedere: l’obiettivo è creare un ecosistema aperto in cui l’utente può accedere liberamente ai contenuti pubblicati e scegliere in autonomia cosa leggere, senza limitazioni. Allo stesso tempo, NFN crea un collegamento diretto tra utenti e publisher, con l’obiettivo di costruire un sistema che non solo distribuisce informazione, ma sostiene attivamente l’ecosistema editoriale. Accanto a questo, c’è anche una componente sociale: gli utenti possono interagire, condividere e scambiarsi opinioni, ma all’interno di una struttura più ordinata e contestualizzata. Rispetto ai social network, l’impostazione di base è simile, ma cambia completamente il focus. NFN è una piattaforma costruita attorno al mondo dell’informazione e della divulgazione. Per questo integra funzioni difficili da replicare nelle piattaforme tradizionali, come sistemi di indicizzazione dell’affidabilità, la separazione tra notizie e opinioni e un modello di lettura e categorizzazione pensato per rendere le informazioni più chiare e accessibili. In questo senso, NFN non è solo un luogo dove si vedono contenuti, ma uno strumento che aiuta a comprenderli.»
10. NFN utilizza l’intelligenza artificiale per valutare l’affidabilità degli articoli su 20 parametri, ma ha scelto di affiancarci anche un controllo umano. In un settore dove l’AI viene spesso presentata come soluzione a tutto, perché questa scelta? Dove finisce il lavoro della macchina e dove inizia quello dell’uomo?
«NFN si basa su un sistema strutturato di algoritmi, mentre l’intelligenza artificiale viene utilizzata principalmente come supporto, soprattutto per l’analisi e la generazione di contenuti. Non è quindi l’AI a “decidere”, ma un insieme di logiche e controlli che rendono il sistema più stabile e affidabile. A questo si affianca una componente umana: c’è un team dedicato, le testate possono monitorare i propri contenuti e gli utenti stessi hanno la possibilità di segnalare eventuali errori. L’idea è quella di costruire un sistema in cui tecnologia, editori e utenti collaborano, riducendo il margine di errore e migliorando progressivamente la qualità dell’informazione.»
11. Il modello di business prevede un revenue sharing con le testate giornalistiche che si iscrivono alla piattaforma. È una scelta che mette al centro la sostenibilità dell’editoria, non solo la tecnologia. Perché ha scelto di costruire un modello che porta valore anche alle testate e non solo agli utenti?
«Perché il problema non è solo tecnologico, ma anche economico. Se vogliamo migliorare la qualità dell’informazione, dobbiamo creare un sistema che sia sostenibile per chi i contenuti li produce. Oggi il valore generato dall’informazione viene intercettato dalle piattaforme, mentre le testate fanno fatica a monetizzare il proprio lavoro. Questo nel lungo periodo rischia di impoverire l’intero sistema. Per questo abbiamo scelto un modello di revenue sharing: l’obiettivo è allineare gli interessi di tutti gli attori coinvolti. Se la piattaforma cresce, devono crescere anche le testate. In questo modo non si crea solo valore per l’utente finale, ma si costruisce un ecosistema più equilibrato, in cui la qualità dell’informazione diventa anche sostenibile dal punto di vista economico.»
12. NFN è in fase di fundraising e il lancio è imminente. Cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi?
«Nei prossimi mesi entreremo nella fase più importante: avvieremo i primi test con partner editoriali selezionati e il rilascio della piattaforma. Sarà un momento fondamentale per validare il modello, raccogliere feedback reali e costruire le basi per una crescita strutturata. L’obiettivo è partire con un primo nucleo solido di utenti e contenuti di qualità, per poi scalare progressivamente. Parallelamente abbiamo avviato un round di investimento, proprio per sostenere questa fase di sviluppo e accelerare il lancio sul mercato. Crediamo che questo sarà un momento chiave per il progetto: passeremo dalla fase di costruzione a quella di esecuzione, raccogliendo i primi segnali concreti dal mercato.»