Influencer virtuali: tra opportunità e rischi di una nuova frontiera del marketing digitale
L’influencer marketing è una delle colonne portanti delle strategie omnicanale della maggior parte dei brand. Con l’arrivo dell’intelligenza artificiale però anche l’universo delle influencer si è ampliato!
L’IA ha permesso di introdurre figure che non esistono nel mondo reale ma esistono nel mondo digitale, alcune di queste oggi hanno una presenza e un seguito che si potrebbe paragonare a quella di una celebrità.
Gli influencer virtuali sono personaggi costruiti ad hoc con l’IA attraverso un’estetica accattivante e spesso con storie elaborate che danno tridimensionalità al personaggio e gli donano un’aurea di sentimenti, espressioni, di idee che possono sembrare similari a quelli degli esseri umani.
Questi nuovi influencer che potremmo categorizzare come IA generated però non hanno solo un forte seguito ma sono capaci di attirare l’attenzione di milioni di follower, e di conseguenza sono in grado di generare interazioni e di comunicare con un pubblico di potenziali acquirenti. Ed ecco che con questi presupposti la ricetta dell’influencer marketing IA generated è servita ai brand che se ne vogliono servire per riuscire a dar voce e luce al proprio marchio in modo innovativo.
Ma è davvero così semplice e vantaggioso ricorrere agli influencer IA? E quale potrebbero essere i vantaggi per un marchio, ma soprattutto quali sono le potenzialità per un brand se a provare una borsa o un rossetto non è una persona reale? Ecco una panoramica di questo fenomeno e dei potenziali vantaggi e svantaggi da considerare prima di utilizzare gli influencer virtuali per la propria campagna di marketing.
Cosa sono davvero gli influencer virtuali?
Si parla di avatar generati al computer attraverso tecniche di CGI, motion capture e, sempre più spesso, intelligenza artificiale. Non si limitano ad apparire in immagini statiche, ma diventano protagonisti di reel, campagne e persino interazioni testuali con i follower.
Alcuni sono creati da agenzie specializzate, altri nascono come progetti interni ai brand. In quest’ultimo caso non si tratta di figure con una propria autonomia narrativa, ma di vere e proprie mascotte digitali, funzionali esclusivamente alla comunicazione aziendale.
Il livello di realismo varia: si va da personaggi volutamente cartoon fino a modelli iperrealistici, quasi indistinguibili da una persona in carne e ossa.
Questa ambiguità visiva genera curiosità, ma anche diffidenza: il cosiddetto “effetto uncanny valley” fa sì che ciò che è troppo simile all’umano, senza esserlo davvero, provochi disagio.
Come funzionano le collaborazioni con i brand
La dinamica non è molto diversa da quella di un influencer tradizionale. L’avatar “vive” una quotidianità, costruita dai creatori, che alterna momenti personali e contenuti sponsorizzati.
Quando promuove un prodotto, il linguaggio è quello tipico del social marketing: post, stories, reel, hashtag di partnership. Il caso di Lil Miquela, uno dei volti virtuali più noti, è emblematico: ha realizzato una collaborazione con LiquidIV mostrando come integrare il prodotto nella sua routine, accompagnando il contenuto con il classico hashtag #LiquidIVPartner.
La differenza è che dietro ogni immagine e interazione non c’è spontaneità, ma un team di creativi, sviluppatori e marketer che scrivono copioni e producono scenari su misura per i brand.
I dati: tra entusiasmo e scetticismo
Le statistiche di Sprout Social aiutano a capire il contesto. Più della metà della Gen Z (53%) e il 48% dei Millennial hanno acquistato un prodotto tramite un post sponsorizzato da un influencer nell’ultimo anno. È evidente che il canale funziona. Tuttavia, quando si introduce l’elemento “virtuale”, il quadro cambia.
Quasi la metà dei consumatori (46%) dichiara di sentirsi a disagio se un brand utilizza influencer AI, e solo il 23% afferma di essere a proprio agio con questa pratica. Altri si collocano in una posizione intermedia, legando l’accettazione al tipo di campagna.
Questi dati confermano un punto chiave: l’interesse c’è, ma il consenso non è scontato. Serve una strategia oculata per non rischiare di incrinare la reputazione del marchio.
Usare l’influencer marketing IA generated può essere vantaggioso?
Nonostante i dubbi che circondano gli influencer virtuali, le ragioni per cui un marchio potrebbe decidere di utilizzarli sono diverse e in alcuni casi anche vantaggiose. La prima, forse la più evidente, riguarda il controllo. Con un avatar digitale ogni dettaglio è sotto la supervisione del brand: tono di voce, espressioni, ambientazioni, fino alla costruzione di intere narrazioni.
Non esiste il rischio che un commento fuori posto o una presa di posizione improvvisa metta in difficoltà l’azienda, perché tutto viene programmato a monte.
A questo si aggiunge una flessibilità che gli influencer umani non possono offrire. Un personaggio virtuale non ha limiti geografici, può parlare in più lingue, spostarsi da un continente all’altro nell’arco di un post e mantenere sempre lo stesso aspetto.
Non invecchia, non cambia stile di vita, non entra in fasi diverse della propria carriera: rimane coerente e disponibile, pronto a rappresentare lo stesso marchio in mercati molto differenti senza dover ricorrere a testimonial diversi.
Proprio la coerenza è un altro dei punti di forza. Un influencer reale, nel tempo, evolve: matura, cambia interessi, prende strade nuove. È una dinamica naturale, ma non sempre compatibile con le esigenze di un brand che cerca stabilità nel proprio messaggio.
Un avatar, al contrario, conserva sempre lo stesso profilo, garantendo una continuità preziosa soprattutto nelle strategie a lungo termine.
Infine, c’è il fattore novità. Collaborare con un influencer virtuale oggi significa distinguersi in un panorama social saturo.
L’elemento innovativo cattura l’attenzione, genera articoli, commenti, discussioni, stimola la curiosità del pubblico e amplifica la visibilità delle campagne. Oltre ad essere un’operazione di marketing, per alcuni brand può essere anche un modo per posizionarsi come marchio all’avanguardia, capace di sperimentare linguaggi nuovi senza timore di uscire dai binari consueti.
Ricordate però che l’uso di un influencer virtuale ha senso solo se rispecchia davvero la visione del vostro brand. Se, ad esempio, comunicate valori legati all’ecosostenibilità, all’economia circolare e al risparmio energetico, scegliere come volto un avatar basato sull’intelligenza artificiale – tecnologia che per sua natura richiede grandi quantità di energia – rischia di risultare in contraddizione con il messaggio che volete trasmettere.
I rischi dell’uso di IA influencer
Come per ogni strategia, naturalmente ci sono dei rischi da considerare prima di valutare l’uso o la creazione di un influencer IA per il proprio brand.
Il primo rischio riguarda l’autenticità: gli influencer funzionano perché il pubblico percepisce una relazione diretta, spontanea e vissuta in prima persona. Un avatar, per quanto realistico, non ha la possibilità di raccontare esperienze vere con i prodotti, e questa distanza riduce la capacità di generare fiducia.
C’è poi il tema della reputazione del brand. L’impiego di figure virtuali può apparire come una scorciatoia poco trasparente e non sono mancati casi che hanno fatto discutere.
Basti pensare a Caryn Marjorie, che ha creato una versione IA di sé stessa accusata di trasmettere messaggi sessisti: un esempio di come la percezione pubblica possa rapidamente trasformarsi in polemica. A ciò si aggiunge l’opacità tipica dei sistemi di intelligenza artificiale, la cosiddetta black box, che contribuisce a generare diffidenza.
Le criticità toccano anche il piano legale. Un modello di IA potrebbe essere stato addestrato su materiali protetti da copyright e, senza accordi chiari, un marchio rischia di ritrovarsi coinvolto in contestazioni sul fronte della proprietà intellettuale.
Un altro aspetto delicato riguarda la rappresentazione, in quanto alcuni avatar hanno tratti volutamente ambigui, pensati per risultare universalmente accattivanti. Ma questa scelta, se percepita come artificiosa, può ritorcersi contro il brand, dando l’impressione di un’inclusività di facciata.
Infine, il rischio più diffuso è quello di cadere nella produzione di contenuti generici, immagini perfette ma prive di reale originalità. In un contesto digitale già saturo, questo tipo di comunicazione finisce per apparire distante, fredda e poco coinvolgente, con la conseguenza di allontanare proprio quel pubblico che si intendeva attrarre.
Il ruolo della trasparenza
Secondo i dati Sprout Social, oggi più di un terzo dei consumatori non sa distinguere tra contenuti generati dall’uomo e contenuti generati dall’IA. Questo rende indispensabile per i brand dichiarare apertamente quando si tratta di un’iniziativa basata su influencer virtuali.
Il futuro degli influencer virtuali dunque dipenderà da come i brand sceglieranno di utilizzarli. Se ridotti a semplici trovate pubblicitarie, finiranno per stancare rapidamente il pubblico. Se invece saranno integrati in narrazioni credibili, coerenti con i valori aziendali e gestiti con trasparenza, potranno ritagliarsi uno spazio stabile nell’economia dei creatori.
In altre parole, ogni brand deve chiedersi se il proprio pubblico è pronto a questo tipo di interazione e se l’uso di un avatar può arricchire la relazione con gli utenti o indebolirla.

