Intervista di Fabiana Ferrandino, Reaplace “Usare l’innovazione non per produrre di più, ma per produrre meglio”

Fabiana Ferrandino

Fabiana Ferrandino ha trasformato la sua doppia anima, creativa e organizzativa, in una startup dedicata all’economia circolare: Reaplace. Nata dal confronto con tre amici che oggi sono suoi soci, l’idea parte da una domanda semplice: perché buttare un oggetto ancora utile quando, spesso, basterebbe ricreare o sostituire un solo pezzo? In questa intervista Fabiana ci racconta come la stampa 3D possa uscire dai laboratori per diventare un servizio quotidiano, cosa significa riparare invece che sostituire in un sistema che tende all’usa e getta, quali sono le barriere culturali che ancora impediscono alle persone di ordinare un pezzo su misura con pochi clic e perché, secondo lei, l’innovazione più interessante non è quella che produce di più, ma quella che permette di produrre meglio, riducendo sprechi e rispondendo a bisogni reali.

Fabiana, grazie per questa intervista. Ci puoi raccontare un po’ di te e qual è stato il percorso che ti ha portata all’idea di fondare una startup come Reaplace, insieme a tre amici che poi sono diventati soci?

«Grazie a voi per l’invito. Reaplace nasce da un incontro molto bello tra persone, competenze e visioni diverse. Io ho una personalità creativa e poliedrica: nasco come esperta in comunicazione, ma oggi lavoro anche come funzionaria contabile nella pubblica amministrazione. Questo mi ha portata, nel tempo, a sviluppare due anime complementari: da un lato quella più creativa, orientata alle idee, alla narrazione e alla valorizzazione delle cose; dall’altro quella più concreta, legata all’organizzazione, alla gestione e alla sostenibilità dei progetti.

L’idea di Reaplace è nata proprio dal confronto con tre amici, che poi sono diventati miei soci. Ognuno ha portato un punto di vista fondamentale. Gianni Pesce e Fabrizio Basciani, entrambi ingegneri, hanno dato solidità tecnica all’idea, aiutandoci a capire come la stampa 3D e la manifattura digitale potessero diventare strumenti concreti per creare ricambi, oggetti personalizzati e soluzioni su misura. Leonardo Di Giuseppe, esperto di marketing, ci ha invece aiutati a guardare il progetto dal punto di vista del mercato, della scalabilità e della possibilità reale di trasformare un’intuizione in un modello di business.

Da questo confronto tra competenze estremamente diverse è nata Reaplace: da una parte il mio desiderio di dare nuova vita agli oggetti e valorizzare ciò che ha ancora una storia da raccontare; dall’altra l’esperienza tecnica e strategica dei miei soci. Insieme siamo riusciti a tirare fuori un’idea che all’inizio sembrava quasi un sogno, ma che oggi sta prendendo forma come progetto imprenditoriale concreto.

Reaplace nasce quindi da una domanda semplice: perché buttare via un oggetto ancora utile quando, spesso, basterebbe ricreare o sostituire un solo pezzo? Da lì è iniziato il nostro percorso.»

Nella tua storia tornano spesso due elementi: la passione per gli oggetti “con una storia” e l’interesse per le tecnologie digitali come la stampa 3D. In che modo questi due mondi, apparentemente lontani, hanno influenzato il tuo modo di vedere l’imprenditoria e l’economia circolare oggi?

«Per me è fondamentale ridare nuova vita alle nostre passioni e agli oggetti che fanno parte della nostra quotidianità. Questa sensibilità è nata anche da esperienze molto semplici e concrete: per esempio, mi dispiaceva moltissimo vedere i giocattoli di mio figlio rompersi e doverli buttare via solo perché mancava un piccolo pezzo o perché non era possibile ripararli facilmente.

Da lì ho iniziato a pensare a quante cose eliminiamo non perché siano davvero inutilizzabili, ma perché il sistema ci porta a sostituirle. Un oggetto si rompe, manca un componente, non è più perfetto, e allora la prima reazione è comprarne uno nuovo. Io invece credo che ciò che sembrava destinato a essere buttato possa avere un’altra possibilità, una seconda vita, magari anche più interessante della prima.

Viviamo in un tempo in cui siamo portati a percepire tutto come vecchio troppo in fretta. Io credo, invece, che l’innovazione passi anche dalla capacità di rinnovare ciò che esiste già, guardarlo con occhi diversi e trasformarlo in qualcosa di nuovo, unico e irripetibile.

In questo senso, la stampa 3D rappresenta uno strumento straordinario. Ha potenzialità immense perché consente di creare soluzioni su misura, ricambi introvabili, oggetti personalizzati e componenti pensati esattamente per il bisogno di una persona. Può permetterci di fare qualcosa proprio come la desideriamo, senza doverci adattare per forza a ciò che il mercato offre in modo standardizzato.

Per me economia circolare e tecnologia non sono mondi distanti. Al contrario, si incontrano proprio nella possibilità di ridurre gli sprechi senza rinunciare alla creatività, alla funzionalità e alla bellezza. Riparare, rinnovare e personalizzare significa non incentivare il consumismo fine a sé stesso, ma dare valore a ciò che abbiamo e a ciò che possiamo ancora immaginare.

E questo vale anche per il nuovo: non tutto ciò che è nuovo deve essere seriale, impersonale o uguale per tutti. Anche il nuovo può essere unico e irripetibile, se nasce da un’esigenza reale, da un’idea precisa, da una personalizzazione. È questa la visione che mi ha influenzata di più: usare l’innovazione non per produrre di più e basta, ma per produrre meglio, in modo più consapevole, più sostenibile e più vicino alle persone.»

Ogni giorno buttiamo via oggetti che funzionerebbero ancora, solo perché manca un pezzo di ricambio o perché non conviene cercarlo nei canali tradizionali. Dal tuo punto di vista, qual è oggi il problema più grande che abbiamo come consumatori quando si tratta di riparare invece che sostituire?

«Il problema più grande è che riparare oggi è spesso più complicato che comprare nuovo. Non perché le persone non vogliano farlo, ma perché mancano strumenti semplici, accessibili e immediati.

Molti consumatori si trovano davanti a ostacoli pratici: non sanno dove cercare un ricambio, non conoscono il nome tecnico del pezzo, non trovano il componente perché è fuori produzione, oppure scoprono che il costo o il tempo necessario non sembrano convenienti. Il risultato è che la sostituzione diventa la scelta più facile, anche quando non è la più giusta dal punto di vista economico, ambientale o affettivo. Con Reaplace vogliamo semplificare questo passaggio. L’obiettivo è rendere la riparazione una possibilità concreta, non una piccola impresa per pochi appassionati.»

La stampa 3D viene spesso percepita come qualcosa “da nerd” o da laboratorio, ma nel vostro modello diventa uno strumento molto concreto per produrre ricambi e oggetti personalizzati on-demand. In che cosa, secondo te, la stampa 3D cambia davvero le regole del gioco rispetto ai vecchi cataloghi di ricambi o ai mercatini dell’usato?

«La stampa 3D cambia le regole del gioco perché permette di produrre solo ciò che serve, quando serve, e spesso partendo da un’esigenza molto concreta della persona.

Uno degli aspetti più importanti per noi è rendere questa tecnologia accessibile anche a chi non è esperto. Non vogliamo che l’utente debba conoscere file STL, modellazione 3D, disegni tecnici o software complicati. L’idea alla base di Reaplace è molto più semplice: se ti serve un pezzo, puoi partire anche da una foto.

Saranno poi i Reaplacer, cioè i maker e i professionisti della nostra rete, a interpretare il bisogno, ricostruire il componente, modellarlo e realizzarlo. L’utente non deve diventare un tecnico: deve solo poter mostrare il problema e trovare qualcuno capace di trasformarlo in una soluzione.

Rispetto ai vecchi cataloghi di ricambi, la stampa 3D offre una possibilità in più: se il pezzo non esiste più, se è fuori produzione o se non si trova nei canali tradizionali, può essere ricreato. Rispetto ai mercatini dell’usato, invece, non si dipende dalla fortuna di trovare proprio quel componente, magari nelle giuste condizioni.

Con Reaplace vogliamo trasformare la stampa 3D da tecnologia percepita come lontana o “da laboratorio” a servizio semplice, utile e quotidiano. Non serve caricare disegni complicati: può bastare una semplice foto per avviare un processo che porta alla creazione di un ricambio su misura, personalizzato e prodotto on-demand. Questa, secondo me, è la vera rivoluzione: rendere accessibile una tecnologia avanzata anche a chi ha solo un problema pratico da risolvere.»

Nel vostro percorso avete già incrociato bandi, incubatori e anche qualche esperienza non proprio semplice con la rendicontazione e i finanziamenti pubblici. Guardando a questi tentativi, quale pensi sia la difficoltà più grande per una startup che vuole innovare nell’economia circolare: trovare capitali, trovare il giusto modello di business o farsi capire dal mercato?

«Credo che la difficoltà più grande sia farsi capire fino in fondo dal mercato, soprattutto quando si propone un modello che unisce innovazione tecnologica, economia circolare e cambiamento culturale.

Trovare capitali è sicuramente importante, così come costruire un modello di business solido, ma se il mercato non comprende davvero il valore di ciò che proponi, tutto diventa più lento e complesso. Nel nostro caso non stiamo semplicemente offrendo un prodotto: stiamo cercando di cambiare un’abitudine, cioè l’idea che sia normale sostituire invece di riparare.

Questo richiede tempo, educazione del mercato e anche la capacità di spiegare bene, in modo semplice, perché una soluzione come Reaplace può essere utile nella vita quotidiana delle persone.

Le esperienze con incubatori, bandi e finanziamenti ci hanno insegnato anche un’altra cosa: innovare significa sapersi muovere tra opportunità e complessità, tra visione e burocrazia. Serve entusiasmo, ma serve anche tanta pazienza, capacità di adattamento e una struttura progettuale molto solida.»

Secondo te qual è l’errore più grande che rischiamo di fare, come società, se continuiamo a trattare gli oggetti come qualcosa di completamente usa e getta?

«L’errore più grande è perdere il senso del valore. Quando consideriamo tutto usa e getta, non sprechiamo solo materiali. Sprechiamo energia, lavoro, competenze, memoria e possibilità. Ci abituiamo all’idea che sia normale sostituire invece di capire, buttare invece di riparare, comprare invece di prenderci cura.

Questo atteggiamento ha un costo ambientale evidente, ma anche culturale. Ci rende consumatori più passivi e meno consapevoli. Riparare un oggetto, invece, significa riconoscere che ciò che abbiamo può avere ancora una funzione. Significa rimettere al centro l’intelligenza, la manualità, la creatività e anche una certa responsabilità verso il futuro.»

L’economia circolare è ormai una parola chiave in molti documenti ESG e piani industriali, ma spesso resta più teorica che applicata. Se guardi a quello che succede su Reaplace, quali sono gli impatti più tangibili che vedi ogni giorno in termini di riduzione degli sprechi, allungamento del ciclo di vita degli oggetti e risparmio per le persone?

«Oggi l’economia circolare è diventata una parola molto utilizzata, soprattutto dalle grandi aziende e dalle multinazionali. Il rischio, però, è che venga trasformata in una forma di green marketing, o addirittura di green washing, più che in un cambiamento reale delle abitudini produttive e di consumo.

Le persone sono sempre più consapevoli del fatto che serve un approccio diverso agli oggetti, ai materiali e agli sprechi. Le grandi aziende lo hanno capito e spesso cercano di intercettare questa sensibilità, ma io vedo ancora poco impegno concreto nel recuperare davvero sane abitudini. A volte sembra che si voglia vantare il riciclo come elemento di immagine, senza mettere realmente in discussione il modello del consumo continuo.

Per me il punto non è solo rendere “green” il consumo. Il rischio è creare un consumo green, più accettabile nella forma, ma non necessariamente più sostenibile nella sostanza. La vera economia circolare dovrebbe partire da una domanda diversa: posso evitare di buttare questo oggetto? Posso ripararlo? Posso allungarne la vita? Posso produrre solo ciò che serve davvero?

Su Reaplace vediamo proprio questo impatto concreto. Un oggetto che sembrava destinato a essere buttato può tornare a funzionare grazie a un singolo pezzo. Un tappo, una manopola, un supporto, un gancio o un piccolo componente possono fare la differenza tra rifiuto e riutilizzo.

Questo significa ridurre gli sprechi in modo tangibile, non solo raccontarlo. Significa aiutare le persone a risparmiare, ma anche a recuperare un rapporto più consapevole con ciò che possiedono. E significa dimostrare che la sostenibilità non deve essere solo uno slogan da inserire in un piano ESG, ma una pratica quotidiana, semplice e accessibile. Reaplace, nel suo piccolo, vuole andare proprio in questa direzione: meno sostituzione automatica, più riparazione; meno consumo travestito da sostenibilità, più recupero reale del valore degli oggetti.»

Riparare, riusare e personalizzare significa anche rispondere a bisogni molto specifici che il mercato di massa tende a ignorare: dal pezzo per una Fiat 500 del ’62 al tappo di un frullatore fuori produzione. Che cosa ti hanno insegnato le storie degli utenti che usano Reaplace sui limiti dell’offerta tradizionale e sul desiderio di unicità delle persone?

«Ho capito, partendo proprio dalle mie esperienze, che dietro ogni richiesta c’è quasi sempre una storia. A volte è una storia pratica: una persona ha un oggetto ancora perfettamente funzionante, ma non trova più un pezzo. Altre volte è una storia affettiva: un oggetto appartiene alla famiglia, ricorda un periodo, ha un valore che non si misura solo con il prezzo.

Il mercato tradizionale tende a funzionare bene quando i bisogni sono standardizzati. Ma quando serve qualcosa di specifico, fuori produzione, modificato o personalizzato, spesso non riesce a rispondere.

Reaplace nasce anche per questo: per dare spazio a richieste che sembrano troppo piccole per l’industria, ma che per una persona possono essere importantissime. La personalizzazione non è solo estetica; è la possibilità di avere una soluzione davvero adatta al proprio bisogno.»

Voi puntate a rendere accessibile questa innovazione non solo a maker e aziende, ma anche alle persone che magari non hanno mai sentito parlare di file STL o modellazione 3D. Quali sono le barriere culturali più forti che incontrate nel far capire che si può ordinare un pezzo su misura con pochi clic, senza competenze tecniche?

«La barriera principale è l’idea che tutto questo sia troppo tecnico. Molte persone, quando sentono parlare di stampa 3D, pensano subito a software complessi, file STL, modellazione, materiali, parametri di stampa. E naturalmente questo può spaventare chi ha semplicemente bisogno di un pezzo per riparare un oggetto.

Il nostro lavoro è proprio togliere complessità all’utente finale. La persona non deve necessariamente sapere come si modella un file o come funziona una stampante 3D. Deve poter spiegare il problema, mostrare il pezzo, indicare cosa serve, e trovare qualcuno in grado di trasformare quella necessità in una soluzione concreta.

In questo senso Reaplace non è solo una piattaforma tecnologica, ma anche un ponte culturale tra chi ha un problema e chi ha le competenze per risolverlo.»

Reaplace oggi funziona come un marketplace che mette in contatto chi cerca un ricambio con una rete di maker e servizi di manifattura digitale, lasciando a loro la trattativa diretta. Qual è stata la difficoltà maggiore nel costruire una community che tenga insieme artigiani, appassionati, aziende e utenti comuni, e che cosa avete imparato da questa prima fase?

«La difficoltà maggiore è stata mettere insieme mondi che parlano linguaggi diversi. Da una parte ci sono maker, progettisti, artigiani digitali e servizi di manifattura, che hanno competenze tecniche specifiche. Dall’altra ci sono utenti comuni, che spesso non sanno descrivere il pezzo con precisione, ma sanno benissimo qual è il problema da risolvere.

Costruire una community significa creare fiducia tra questi due mondi. Significa far capire ai maker che esiste una domanda reale e far capire agli utenti che dietro la piattaforma ci sono persone competenti, capaci di ascoltare e trovare soluzioni.

Da questa prima fase abbiamo imparato che la tecnologia da sola non basta. Servono relazione, chiarezza, accompagnamento e un linguaggio semplice. Il valore della piattaforma sta anche nella capacità di facilitare l’incontro tra bisogni molto concreti e competenze spesso molto specialistiche.»

Se dovessi dare un consiglio a un artigiano, a un piccolo imprenditore o a una persona comune che oggi si chiede se “vale la pena” investire tempo e risorse per riparare e personalizzare invece che comprare nuovo, che cosa gli diresti?

«Gli direi di non guardare solo al prezzo immediato, ma al valore complessivo. A volte comprare nuovo sembra la soluzione più veloce, ma non sempre è la più conveniente o la più intelligente. Riparare può significare risparmiare, certo, ma anche mantenere in vita un oggetto migliore di molti prodotti nuovi, evitare sprechi e creare qualcosa di più adatto alle proprie esigenze.

A un artigiano o a un piccolo imprenditore direi anche che riparazione e personalizzazione possono diventare un’opportunità di lavoro e innovazione. Le persone cercano sempre di più soluzioni su misura, oggetti adattati, componenti introvabili, piccole produzioni.

Riparare non è tornare indietro. Al contrario, può essere un modo molto moderno di produrre e consumare.»

Oggi Reaplace parla soprattutto a persone e maker, ma avete già iniziato a guardare anche al mondo B2B, dalla prototipazione alle piccole serie per le aziende. In che modo pensi che la stampa 3D e un marketplace come il vostro possano diventare uno strumento strategico anche per le imprese che vogliono innovare prodotti, ridurre sprechi di magazzino e testare nuove idee in modo più agile?

«Per le imprese la stampa 3D può essere uno strumento strategico perché riduce la distanza tra idea, prototipo e prodotto. Un’azienda che vuole testare una nuova soluzione non deve necessariamente partire subito con stampi, grandi quantità o investimenti pesanti. Può prototipare, modificare, fare piccole serie, raccogliere feedback e migliorare rapidamente.

Questo vale anche per la gestione dei ricambi. Molte imprese hanno magazzini pieni di componenti che forse non serviranno mai, oppure al contrario non riescono più a fornire pezzi per prodotti usciti di produzione. La manifattura digitale può aiutare a produrre on-demand, riducendo immobilizzi, sprechi e tempi di risposta. Un marketplace come Reaplace può diventare un’infrastruttura flessibile: mette in connessione domanda e competenze, aziende e maker, bisogni specifici e capacità produttive distribuite.

Per me il futuro va in questa direzione: non sostituire l’industria tradizionale, ma integrarla con strumenti più agili, sostenibili e vicini ai bisogni reali delle persone e delle imprese.»

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