Intervista di Marco Bomben, BeeComp “La finanza agevolata non è un ripiego ma uno strumento di programmazione”

Marco Bomben

Quando si scorre il curriculum di Marco Bomben, la prima impressione è quella di una carriera limpida e lineare: laurea con lode, master internazionale, iscrizione all’Ordine dei Commercialisti, un percorso che porta dritto verso una professione strutturata, rassicurante, tradizionale. Dietro questa traiettoria, però, c’è una scelta diversa: quella di abbandonare una strada già tracciata per costruire, con altri tre soci, una società che vive nel punto d’incontro tra finanza agevolata, strategia d’impresa e accompagnamento operativo.

BeeComp nasce così, dall’idea di trasformare una competenza tecnica forte in un modello di lavoro che mette al centro la qualità degli investimenti delle imprese, in particolare microimprese e artigiani del Nord-Est, invece che la semplice rincorsa al “bando del momento”. Un approccio che richiede più tempo, più ascolto, più responsabilità rispetto al modello standard, ma che, nelle intenzioni dei suoi fondatori, consente di costruire relazioni più solide e progetti più sostenibili.

In questa intervista, Marco Bomben racconta come è arrivato fin qui, perché ha scelto di legare il compenso di BeeComp al risultato effettivo per il cliente, quali errori vede fare più spesso agli imprenditori quando si parla di finanza agevolata, e cosa significa, in concreto, partire dall’impresa e non dal bando quando si progetta il futuro di un’azienda.

Marco, la ringrazio per averci concesso questa intervista; guardando il suo curriculum viene spontaneo pensare a una carriera lineare: laurea con lode, master internazionale, Ordine dei Commercialisti. Tutto porta verso una professione solida, strutturata, prevedibile. Eppure, lei ha scelto tutt’altro. C’è un momento in cui ha capito che il percorso tracciato non faceva per lei e che voleva costruire qualcosa di “suo”?

«Sono sempre stato particolarmente orientato, è vero, ma mi sono reso conto che fare le cose per gli altri o sotto la direzione altrui non dà la stessa soddisfazione che costruire qualcosa in prima persona. Lo studio professionale, pur garantendo ampia autonomia, impone comunque compromessi che inevitabilmente nel lungo periodo vanno a ridurre l’entusiasmo, che è invece il segreto per un approccio qualitativamente superiore. Con Martina, Alban e Steve da subito abbiamo condiviso la voglia di creare un progetto nostro, un luogo professionale in cui poter esprimere al meglio competenze, visione e modo di lavorare. All’inizio sembrava tutto complicato e mancava una pianificazione lineare (ogni programma veniva sistematicamente disatteso dalla realtà). Poi riunioni, confronti, correzioni di rotta, caffè infiniti e qualche litigata “costruttiva” hanno fatto il loro dovere: è proprio lì che abbiamo capito che stavamo diventando un team vero, non solo quattro persone con un’idea. In un certo senso, Bee Comp è nata anche così: tra metodo e testardaggine. E, come spesso accade, un po’ di sana ostinazione vale più di un piano perfetto».

Fondare una società con altri tre soci non è mai una decisione semplice: ci sono visioni da allineare, rischi da condividere, oltre che un mercato da convincere. Com’è nata concretamente Bee Comp? Quali sono state le difficoltà più grandi dei primi tempi e c’è stato un momento in cui avete quasi fatto marcia indietro?

«Io e il dott. Alban Badronja siamo cresciuti assieme, dalla squadra di calcio del nostro paesino sino all’abilitazione professionale, è il mio testimone di nozze, quindi il rapporto non è solo professionale ma umano, costruito negli anni su fiducia e visione comune. Da tempo condividevamo l’idea di realizzare qualcosa di nostro, coerente con il modo in cui intendiamo il business e il rapporto con il cliente. Bee Comp è nata proprio da questa ambizione condivisa: creare una realtà capace di accompagnare le imprese con concretezza, non solo con teoria.
La fase iniziale non è stata semplice. La parte più dura è stata costruire relazioni vere con gli studi e con il mercato, perché la fiducia non si dichiara: si conquista. Abbiamo investito molto tempo in incontri, confronto e sviluppo di partnership, e non tutte sono andate a buon fine. C’è stato anche un momento in cui la tentazione di mollare si è fatta sentire, soprattutto quando è naufragata una collaborazione su cui avevamo investito molto: dopo decine di riunioni e consulenze con i legali per il contratto, lo stesso non ha prodotto i risultati sperati. Però alla fine la visione comune ha prevalso: meglio cambiare strada che cambiare obiettivo».

Il panorama della finanza agevolata in Italia è cambiato molto negli ultimi anni, tra PNRR, crediti d’imposta, bandi regionali. Per un imprenditore che cerca di orientarsi, com’è la situazione oggi? È diventato più semplice o più caotico accedere alle agevolazioni?

«Oggi il set degli strumenti è ampio, ma il quadro normativo è diventato molto dinamico e spesso frammentato sul piano regionale; quindi, per l’imprenditore orientarsi non è affatto semplice. In molti casi non è nemmeno un problema di assenza di opportunità, ma di sovraccarico informativo: troppe misure, troppe regole, troppe finestre temporali diverse. Questo rende il mercato più caotico, non più facile. Per questo è fondamentale affidarsi a un professionista serio e aggiornato che sappia destreggiarsi nel caos dei cavilli normativi: tante volte una cosa che appare semplice anche per un profano nasconde delle insidie che solo chi vive quotidianamente questo mondo sa anticipare e, alcune volte, evitare. Un aneddoto che racconta bene il problema: un cliente era seguito da un sedicente consulente che, in realtà, faceva tutt’altro mestiere e aveva improvvisato la consulenza per arrotondare. A causa di errori nelle comunicazioni obbligatorie per un bando della CCIAA di Pordenone oltre che per le misure 4.0 e 5.0, l’azienda rischiava di perdere decine di migliaia di euro di crediti d’imposta già spettanti e prenotati. È il classico caso in cui il risparmio iniziale costa molto di più dopo. La burocrazia, quando viene presa sottogamba, non perdona: non ha il senso dell’umorismo, ma ha ottima memoria».

Al momento operate principalmente nel Nord-Est, un tessuto fatto in larga parte di microimprese e artigiani. Qual è la sfida più grande che questi imprenditori affrontano quando si parla di finanza agevolata? Perché così tante risorse non vengono sfruttate?

«La sfida più grande per microimprese e artigiani è il tempo, prima ancora della complessità normativa. Spesso queste realtà lavorano con organici ridotti, margini stretti e una gestione operativa che assorbe tutte le energie; la finanza agevolata viene percepita come qualcosa di utile, ma “da fare quando c’è tempo”, che in pratica significa quasi mai. Ad esempio, in FVG c’è un bando per le nuove imprese artigiane che restituisce il 40% degli investimenti effettuati: sembra incredibile ma abbiamo diversi nostri clienti che, non informati dal precedente consulente, rischiavano di perdere questa importante opportunità».

C’è un aspetto della finanza agevolata che il grande pubblico, e spesso anche le aziende, sottovalutano o conoscono male? Qualcosa che, se fosse più noto, cambierebbe il modo in cui le imprese pianificano i propri investimenti?

«Molte aziende sottovalutano il fatto che la finanza agevolata non è un ripiego per chi non trova credito o ha scarsa disponibilità finanziaria, ma uno strumento di programmazione. Se usata bene, serve a (fare e) migliorare la qualità degli investimenti, ridurre il rischio e aumentare la sostenibilità finanziaria dei progetti. Molti pensano ancora in termini di “bando buono” o “bando cattivo”, ma la vera differenza la fa la coerenza tra impresa, obiettivi e momento giusto. Un’agevolazione non dovrebbe essere cercata solo perché c’è, ma perché rafforza un progetto industriale già in essere o coerente con la strategia aziendale. Questo approccio cambia completamente il modo in cui le imprese dovrebbero pianificare il futuro: non inseguendo opportunità casuali e disordinate, ma costruendo investimenti con una logica di medio periodo».

Bee Comp ha scelto un approccio che parte dalle esigenze del cliente, non dal singolo bando. È una visione controcorrente rispetto a come lavora la maggior parte degli operatori del settore. Perché secondo lei il mercato fatica ad adottare questo approccio, e cosa dovrebbe cambiare?

«Il nostro approccio parte dalle esigenze del cliente, non dal singolo bando. È un metodo meno efficiente nel breve, perché l’analisi personalizzata richiede tempo, energia e competenze trasversali. Però è molto più solido nel lungo periodo, perché consente di selezionare solo le opportunità realmente compatibili e di programmare meglio gli investimenti.
La trasparenza sulle reali possibilità di aggiudicazione di una misura rispetto all’impresa può anche ridurre il numero di pratiche nel breve, ma aumenta la fiducia e la fidelizzazione del cliente. In sostanza, preferiamo dire “questo bando non fa per te” piuttosto che fare una pratica inutile. È un po’ come scegliere l’abito giusto, di fattura sartoriale, invece di comprare il primo che capita solo perché è in vetrina».

Lei è autore di libri, collabora con riviste come Euroconference e Italia Oggi, sta sviluppando contenuti sui social. C’è una convinzione forte dietro tutto questo: quella che informare sia parte del lavoro. Qual è l’errore più grande che ha visto compiere a un imprenditore per mancanza di informazione e cosa le ha insegnato?

«L’errore più grande che vedo fare agli imprenditori è confondere la velocità con la prontezza. Arrivano spesso all’ultimo momento, quando il progetto è già stato deciso o addirittura avviato, e si accorgono solo allora che c’erano strumenti utili da intercettare prima. Un caso emblematico riguarda un’azienda che aveva programmato un investimento importante senza una verifica preventiva delle opportunità disponibili. Quando siamo entrati in gioco, alcune scelte erano già state fissate e la flessibilità residua era minima.
In quel momento si capisce bene che l’informazione non è un dettaglio: è parte stessa della strategia. Mi ha insegnato che l’agevolazione migliore non è necessariamente quella più generosa (in termini percentuali o assoluti), ma quella arrivata al momento giusto».

Abbiamo parlato del divario informativo e della mancanza di pianificazione. In concreto, com’è strutturato il vostro approccio con un nuovo cliente? Cosa fa Bee Comp di diverso rispetto a chi parte dal bando?

«Con un nuovo cliente partiamo dall’ascolto: settore, obiettivi, tempistiche, capacità finanziaria, investimenti in programma e criticità operative. Solo dopo atterriamo sul singolo bando, perché il bando deve essere la conseguenza dell’analisi, non il punto di partenza. Questo ci consente di costruire un percorso più credibile e più efficace, anche quando la risposta non è immediata. In pratica, prima di chiedere “a quale incentivo possiamo agganciarci?”, chiediamo “che impresa vuoi costruire nei prossimi 12 o 24 mesi?”. È una differenza semplice solo in apparenza, ma decisiva».

Bee Comp ha anche una scelta commerciale insolita: il compenso arriva solo quando il cliente riceve effettivamente i fondi. È una scommessa sul valore del proprio lavoro. C’è un caso, anche senza fare nomi, in cui questo approccio ha fatto la differenza in modo tangibile per un’impresa?

«Il nostro modello commerciale, con compenso legato all’effettivo ottenimento dei fondi, è una scelta che comunica responsabilità e condivisione del rischio. In un caso concreto, un cliente doveva affrontare un importante intervento di rifacimento del tetto e smaltimento dell’amianto su un capannone di grandi dimensioni. L’impresa aveva una liquidità limitata e la sostenibilità dell’operazione dipendeva in buona parte dalla possibilità di recuperare il 65% della spesa tramite le agevolazioni potenzialmente ottenibili. Abbiamo scelto di condividere il rischio, chiedendo un contributo minimo a copertura dell’istruttoria ma rimettendo il nostro margine al raggiungimento del risultato. Questo ha convinto il cliente, perché ha percepito un allineamento reale di interessi. E alla fine è proprio questo che fa la differenza: non vendere una promessa, ma assumersi insieme una scommessa ragionata».

Se dovesse dare un consiglio a un imprenditore, magari un artigiano o il titolare di una piccola impresa, che non ha mai approfondito il tema della finanza agevolata, da dove gli direbbe di partire oggi?

«A un artigiano o a una piccola impresa direi di partire da una domanda molto semplice: quali investimenti hai in mente nei prossimi 12 mesi? Da lì si capisce quasi tutto, perché la finanza agevolata non è un elenco di bandi, ma uno strumento per rendere sostenibile un progetto. Quello che vorremmo fare è agevolare la riuscita delle buone idee, canalizzando le risorse offerte su progetti di qualità.
Il secondo passo è farsi affiancare presto, non tardi. Più si aspetta, più le finestre si restringono. In questo campo, il tempismo vale quanto la competenza: un po’ come per le riparazioni auto: è meglio riparare un motore quando non è ancora “andato in fumo”».

Bee Comp sta lavorando all’integrazione di un bot con intelligenza artificiale per gestire il primo contatto con i clienti. Cosa ci dobbiamo aspettare nei prossimi mesi? Ci sono altri progetti in arrivo?

«L’obiettivo del bot è migliorare il primo contatto con il cliente, raccogliendo i dati essenziali nel rispetto della privacy e indirizzando subito la richiesta al referente Bee Comp più adatto. Il sistema potrà anche fissare un appuntamento in agenda e offrire una prima assistenza base a richieste elementari, anche amministrative.
In prospettiva, vogliamo rafforzare la campagna di comunicazione social, per un approccio trasversale che ampli la base clienti e i potenziali contatti, e allargare il perimetro dei servizi ad altri ambiti consulenziali, sempre con un approccio pratico e orientato al servizio».

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